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L’occhio del tifoso | Cagliari-Lecce, la solita prova di resistenza coronarica per i sostenitori rossoblù

Jacopo Fazzini durante Cagliari-Lecce | Foto Luigi Canu
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Divagazioni semiserie di chi ci crede ogni volta. Diario emotivo di una passione imperfetta tra speranze e mugugni di un tifoso del Cagliari qualunque.

Chiunque sostenga che il calcio sia un semplice sport da guardare comodamente seduti non ha mai trascorso novanta minuti più recupero sui comodissimi e accoglienti seggiolini della Domus durante uno scontro diretto. Cagliari-Lecce non è stata una partita: è stata una seduta intensiva di cardiofitness mascherata da evento sportivo, una prova di resistenza coronarica che la nostra cara sanità regionale dovrebbe rimborsare con tanto di esenzione ticket. Alla fine abbiamo vinto uno a zero. Tre punti d’oro zecchino, pesantissimi, di quelli che a Maggio pesano quanto un’intera salvezza. Con ben due vittorie dopo le prime tre giornate e due scontri diretti messi in cassaforte, la classifica, dalla momentanea altezza dei sei punti meritatamente conquistati, dice che è decisamente un bel vivere. Eppure, fedeli al nostro antico e mai sopito vizio del masochismo da seggiolino sui tubi che ballano, siamo riusciti a trasformare una gara dominata in una via crucis laica. Perché il Cagliari di mister Pisacane ha giocato, ha lottato, «ha dato l’anima» – per dirla con le parole sincere del Mister in conferenza stampa – ma soprattutto ha deciso di testare la tenuta del nostro fegato sprecando l’impossibile e oltre sotto porta.

Nel primo tempo la squadra sembrava un meccanismo oliato: ordine, palleggio a tratti spettacolare e quel pizzico di foga agonistica che fa subito scattare in piedi (con calma, ovvio) il pensionato dei distinti. Sugli spalti i voti li diamo a sensazione e di pancia ma le pagelle dei giornalisti veri confermano tutto quello che l’occhio del tifoso qualunque aveva registrato. Dietro, Capitan Deiola, indiscusso leader che ormai giganteggia sui palloni alti con la sicurezza del veterano di mille battaglie affiancato da uno Zé Pedro che, dopo aver fatto venire un mezzo infarto a Pisacane toccandosi il ginocchio, si è rialzato e ha iniziato a macinare la fascia. E che dire di Adopo? Un instancabile trattorino con il numero 8, equilibratore di gioco di cui ad oggi non si può più fare a meno. In mezzo al campo, dopo la strigliata post fatal Verona, la luce alla Domus l’ha accesa Harry Winks: velocità di pensiero d’altri tempi, geometrie pulite ed eleganza britannica nel dettare i tempi, perfettamente assecondato da un Jacopo Fazzini finalmente tarantolato. È suo il cioccolatino, o se preferite l’amaretto telecomandato, che Daniel Maldini ha scaraventato in rete con un’incornata prepotente, bagnando l’esordio da titolare con un lampo di classe cristallina prima di stampare pure una punizione telecomandata sul legno che ancor trema. Il gol finalmente arriva, meritato, liberatorio.

Poi, però, scatta l’atavica trappola rossoblù con il rifiuto categorico e sistematico di chiudere la contesa e dar inizio ala sagra delle occasioni divorate: Fazzini che si mangia il raddoppio a inizio ripresa, un Mendy commovente che lotta da leone solitario contro l’intera retroguardia leccese e centra un palo clamoroso, e persino il ragazzino dell’Under 20 Sugamele che, entrato senza tremori all’esordio, si vede negare il sogno del gol solo da un miracolo di Falcone. Nel mezzo, il brivido gelato per la sfortuna nera del povero Felici che appena entrato dopo alcune sgroppate come solo lui sa fare è stato costretto a lasciare il campo ed uscire tra le lacrime per il ginocchio. Un infortunio che ha costretto all’esordio a freddo Roberto Gagliardini chiamato in causa con l’elmetto per fare trincea e che per un attimo, dopo un intervento un po’ avventato, ha raggelato il sangue sugli spalti per un rigore che forse ci avrebbe potuto punire troppo severamente. Ottima prova del solito ottimo Obert, sempre tutto cuore e polmoni, ma che pare sia rimasto poi al Centro Sportivo a scrivere cento volte sulla lavagna tattica: «Non devo partire in fuorigioco». Il tifoso qualunque conosce bene il copione: se non la chiudi sul due a zero rischi forte e se magari lasci campo a Fadera che tra lampi e alcune scelte da brivido ci tiene la partita in bilico, gli ultimi venti minuti non sono più calcio, ma una battaglia contro le leggi della fisica e del karma. Il cronometro smette di avanzare, i secondi durano ore e ogni rinvio sbilenco di Caprile — che nel primo tempo ci aveva salvato la pelle — fa perdere dieci anni di vita a chi guarda. E così si alzano i cori dei disperati: spazzala via, tienila, lasciala, buttala, alla bandierina!, mentre l’abbonato anziano accanto comincia a recitare voti a Sant’Efisio promettendo fioretti impensabili e mai realizzabili pur di sentire il triplice fischio. Quando l’arbitro decreta la fine, il boato della Domus assomiglia più a un’espirazione collettiva di sollievo che a un urlo di gioia pura o forse è l’acustica speciale dei tubi a farcelo sembra tale . Ci si abbraccia tra sconosciuti, si recupera il battito regolare e si torna a casa con tre punti pesanti e l’anima stanca. A questa squadra si perdona la mira storta e qualche patema di troppo perché ci mette il cuore e gioca a viso aperto. Vincere soffrendo è nel nostro DNA, ma ragazzi dai…un due a zero ogni tanto farebbe un gran bene alle nostre coronarie già provate da anni e anni di sofferenza

P.S.: Un affettuoso, sentito, caloroso abbraccio da tutti i tifosi e da tutto il popolo rossoblù a Kevin Carlos. Ti aspettiamo a casa.

Massimo Piras

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