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SARDI ON THE ROAD | Carboni: “A Monza sono maturato. Cagliari? Non è finita come volevo”

Andrea Carboni durante la nostra intervista a Monzello
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Ci sono viaggi che non si misurano in chilometri, ma in battiti cardiaci. Nascono da sogni nei campetti polverosi di periferia, nelle palestre o semplicemente nel giardino di casa.

Sardi on the Road è la nostra nuova rubrica, che racconta le storie di sardi che sono partiti con una valigia piena di sogni per realizzare il proprio obiettivo sportivo, ma che portano sempre dentro di sé una parte dell’Isola.

La casa di Andrea Carboni: Monza.
Andrea ti abbiamo visto crescere in Sardegna: con la Primavera, la prima squadra. Da qualche anno invece hai cambiato ambiente. Come ti senti cresciuto e come ti descriveresti? Che uomo sei
diventato?
“Intanto sono invecchiato. A Cagliari ero il giovane promettente, adesso penso di aver fatto un bel percorso. Sono molto contento e mi sento maturo: sono in quella fase di maturità completa. Sto per avere una famiglia, un bambino, quindi è un momento davvero bellissimo.”

Sei cresciuto in Sardegna in un contesto particolare e in una piccola comunità, sognando di diventare calciatore un giorno ma non solo, perché avevi diverse opportunità, come il ju jitsu. Quanto ti ha aiutato questo contesto a diventare il calciatore che sei oggi?
“Mi ha aiutato tanto, perché fare un’altra disciplina mi ha insegnato anche il rispetto, una cosa che mi porto dietro tutt’ora. Mi ha aiutato tanto anche la mia famiglia perché mi ha aperto diversi
orizzonti, poi ho dovuto fare una scelta e ho scelto quello giusto.”

Sei stato un giocatore che ha bruciato le tappe: dal settore giovanile alla Primavera, poi capitano, la Nazionale, la prima squadra, hai anche avuto subito un bambino con la tua compagna. Ti senti
di aver corso un po’ troppo nella tua carriera?
“Ho fatto tutto in fretta, ma anche il Covid mi ha dato una mano perché magari come altri ragazzi avrei fatto un percorso diverso, andando in Serie B e in Serie C a fare le ossa. Devo ringraziare il
Cagliari che mi ha dato fiducia da subito, anche quando non ho fatto benissimo: all’inizio in 7 partite ho preso 2 rossi, perché non è semplice. L’anno dopo ho avuto più spazio e poi con Semplici ho avuto la “consacrazione” ed è andata meglio. Sicuramente mi reputo anche fortunato per non aver fatto un percorso molto ampio che a volte porta anche dei rischi.”

Nel tuo percorso hai iniziato bene a Cagliari ma poi c’è stato l’addio che rimane ancora una ferita aperta, per i modi in cui è arrivato. Come l’hai metabolizzato?
“Mi dispiace di aver lasciato un ricordo “negativo” perché l’ambiente era molto legato a me e anch’io ero legato a loro, sono sempre stato in debito con il Cagliari. È arrivato dopo una retrocessione
bruttissima che ancora oggi mi porto dietro come una delle più grandi delusioni. Mi dispiace come è passato tutto ciò agli occhi degli altri, ma ringrazierò sempre il Cagliari e tutt’ora lo tifo. Non so se ci sarà un’altra occasione per indossare la maglia del Cagliari, ma sono molto orgoglioso di averla indossata e il percorso è andato ugualmente bene, quindi alla fine va bene così.”

La storia d’amore con il Monza è particolare: un legame forte, quasi una seconda casa.
“Sì, è diventata quasi una seconda casa. È iniziata in un modo non facile perché appena arrivato mia moglie ha avuto un problema di salute e perché lasciare il Cagliari non era facile, soprattutto per come è finita la stagione e per gli attacchi che ho ricevuto. Poi mi ha fatto molto bene andare a Venezia, una squadra con la quale il Cagliari non aveva dei bellissimi legami. È stata una scelta difficile ma l’ultimo giorno di mercato si è presentata quest’opportunità e l’ho presa al volo. Ho trovato un allenatore come Vanoli che mi ha trasmesso una mentalità vincente. Poi sono tornato a Monza, dove ho trovato Palladino, che è un allenatore davvero bravo, e mi sono trovato bene da subito. Questo è il quarto anno a Monza e mi sento tanto legato a questa piazza.”

Noi sardi sappiamo bene che lasciare la Sardegna è particolare: vogliamo farlo tutti per ambire ad un salto nella propria carriera professionale ma è sempre complicato distaccarsi. Cos’hai imparato da te stesso una volta lasciata la Sardegna?
“Sicuramente mi sento più aperto, perché restare nel proprio orticello è facile. I primi mesi di ambientamento non sono semplici. In Sardegna, oltre al clima, sei un po’ nel tuo habitat. Con il passare del tempo penso che questo ambiente mi abbia dato una visione più ampia: ho anche diversi legami fuori dalla Sardegna, cosa che non avevo prima. Sono fortunato ad aver ricevuto questa
possibilità.”

Da fuori noi vediamo che qua a Monza sei cresciuto come uomo. Sei meno irruento, diverso dal ragazzino di Tonara che abbiamo conosciuto noi. Sei cresciuto anche nel saper gestire di più le emozioni?
“Sì. Forse a Cagliari, per il fatto che giocassi nella squadra in cui sono cresciuto, era un po’ un peso che mi ha anche portato a prendere delle decisioni sbagliate. Adesso sono più tranquillo, trovare un ambiente diverso mi ha aiutato, mi sento molto più maturo.”

Probabilmente hai un filo conduttore fatto di 3 squadre: il Cagliari, il Venezia, col quale hai sfidato il Cagliari, poi sei tornato a Monza e come principale avversario c’è il Venezia. È un destino scritto su tre piazze?
“E’ incredibile, perché quando sono andato a Venezia eravamo penultimi in classifica. Sicuramente non avrei mai pensato di beccare il Cagliari ai playoff. Il giorno sono stato un po’ sfortunato però sono contento perché evidentemente era destino il fatto che mi trovassi sempre davanti a queste 3 squadre.”

Hai già parlato più volte del legame con la famiglia, anche perché quest’ultima ti ha trasmesso questi valori. Sei cresciuto con tua nonna, e hai iniziato a lavorare sin da bambino nell’hotel di famiglia. Hai vissuto anche un periodo non semplice con la tua compagna. Tutto ciò quanto ti ha aiutato ad essere il giocatore che sei oggi?
“Il fatto di avere una famiglia sempre dietro a supportarti, ma anche a bacchettarti quando serve, è una fortuna, perché tante persone hanno bisogno di parlare con persone esterne all’ambiente
familiare, mentre io ho una moglie e una famiglia super presenti, che mi confortano quando ne ho la necessità. Mi reputo veramente fortunato.”

Hai parlato anche dell’impatto con il Cagliari, non facilissimo a livello emotivo a causa di quelle due espulsioni, dell’addio alla squadra. Poi c’è stato l’inizio a Monza tra diverse difficoltà, il dover andare a Venezia e poi tornare a Monza. Hai attraversato delle fasi della tua carriera in cui hai dovuto mettere qualcosa in più. C’è stato un momento in cui hai pensato di avere su di te una pressione troppo grande?
“A Cagliari ci volevo stare talmente tanto che sarei andato a giocare subito dopo le espulsioni. In questo caso la società è stata molto brava perché mi ha detto di imparare dai grandi e di aspettare il mio momento, e così è stato. Mi hanno dato tanta fiducia. La mia forza più grande è stata sicuramente quella mentale, perché ho capito che fa parte del gioco sbagliare, anche con pressioni più grandi di quelle che ti aspetti quando sei più piccolo. La voglia di giocare a Cagliari e ad alti livelli l’ha sempre avuta vinta sul mio carattere.”

È curioso il fatto che sei sempre stato allenato da tanti difensori, anche adesso. Un allenatore che ti ha dato tanto è un giocatore offensivo come Palladino. C’è qualche ex-difensore che ti ha allenato e che è stato molto utile per la tua carriera?
“Ho cercato di prendere il più possibile da ogni allenatore. Con Palladino inizialmente il rapporto non è stato facile, non ce l’avevo con lui, ma quando non giochi non sei mai contento. Ho sempre parlato bene di Palladino perché lo vedevo come un allenatore già pronto e l’anno dopo è stato molto importante per me, mi ha fatto capire le mie qualità e ha creduto tanto in me. Ogni allenatore mi ha dato tanto: parlo di Vanoli, ma anche Semplici che è uno di quelli a cui devo di più, a parte Zenga che mi ha lanciato. Con Semplici però c’è stata la salvezza e ci sono state le ultime 15 partite che sono state la mia crescita maggiore. Anche Mazzarri, nonostante ci sia stato per poco. Io ci tengo a ringraziare tutti perché mi hanno sempre dato fiducia. Ho avuto anche campioni come Nesta. Adesso ho trovato mister Bianco che è stato anche lui a Cagliari e c’è un rapporto speciale con lui. Sono stato davvero fortunato.”

A proposito di difensori, allenatori ed anche ex compagni, adesso a Cagliari c’è Fabio Pisacane che ha fatto un bel discorso su come abbia studiato la tua generazione, la generazione Z, per capire come dialogare con i giocatori. Tu sei un po’ un “ponte” tra il vecchio e il nuovo modo di vivere lo spogliatoio. Hai visto questo passaggio nel modo in cui gli allenatori dialogano con i giocatori?
“Sì, penso che l’allenatore oggi debba essere anche uno “psicologo”. Prima avevi quasi paura dell’allenatore mentre oggi il giocatore è un po’ più spensierato. È piacevole ascoltare Fabio perché
è un ragazzo molto intelligente. Si vedeva già che era pronto a fare l’allenatore. Due anni fa mi aveva chiamato e mi aveva chiesto di Palladino. Io li paragono perché secondo me sono molto simili e potrebbe avere una carriera bella come quella di Palladino. Sui giovani ha ragione, perché sono una generazione diversa, lo vedo anche da come il mister si rapporta con i giovani. Secondo me se
l’allenatore riesce a confortare il ragazzo poi vede anche i risultati sul campo.”

Della tua generazione sei stato il migliore nella Primavera, anche se poi l’annata che ha vinto di più è stata proprio quella di Pisacane, con la Coppa Italia. Ti sei mai sentito un “modello” da seguire?
“Sì e sicuramente mi fa piacere perché comunque in Sardegna abbiamo meno possibilità rispetto a qua, dove ci sono diverse società professionistiche. Io ho cercato e cerco sempre di essere un modello per i ragazzi sardi che vogliono arrivare ad alti livelli. Ovviamente alla base ci deve essere sempre l’umiltà e la voglia di imparare. Fa tanto piacere essere arrivato a questi livelli da un settore giovanile come quello del Cagliari, perché è complicato. Mi dispiace perché la mia Primavera è stata una delle più forti degli ultimi anni ed è stata interrotta dal Covid, in un campionato in cui eravamo secondi e potevamo vincere lo scudetto. Io sinceramente la sento diversa dalla Primavera di Pisacane, ho visto la finale della Coppa Italia a Milano. Per me la nostra Primavera aveva un’identità più sarda e me la tengo stretta.”

A proposito della Serie B: tu hai un po’ di esperienza perché hai fatto dei campionati per salvarti in A e per provare a salire in Serie B. Come ti sembra cambiata in queste annate la cadetteria?
“E’ sempre un campionato molto equilibrato e difficile a livello fisico: vedi meno tecnica e meno qualità ma a impatto fisico è diversa dalla Serie A e spesso è più difficile. Quest’anno è molto bella
perché le prime squadre non avevano così tanti punti da diversi anni. Rispetto a quando ero arrivato dal Venezia secondo me si è alzato un po’ di più il livello quindi è meglio.”

Secondo te cosa ti è rimasto più di tutto dell’Andrea sardo che porti sempre con te?
“Un po’ è rimasto il fatto che sono testardo come un sardo perché in tanti modi potevo smettere quando ho avuto difficoltà e quando ho giocato meno. Questa testardaggine però mi ha portato
dove sono oggi. Mi è rimasto anche il fatto che noi sardi siamo orgogliosi del posto dal quale veniamo ed è bello portare ciò in giro per l’Italia.”

 

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