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L’occhio del tifoso | Cagliari, orgoglio e identità: con il Frosinone ritornano i tre punti

Yael Trepy durante Cagliari-Frosinone | Valerio Spano
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Divagazioni semiserie di chi ci crede ogni volta. Diario emotivo di una passione imperfetta tra speranze e mugugni di un tifoso del Cagliari qualunque.

Noi siamo tifosi, non siamo tecnici. Le fredde cronache e le lavagne tattiche le lasciamo volentieri ad altri, visto che non ne abbiamo la minima competenza. Oggi concedeteci piuttosto una piccola parentesi seria, per alzare un attimo lo sguardo oltre il tabellino e le classifiche. Abbiamo passato giorni a masticare veleno, a logorarci il fegato per un fischietto dimenticato in tasca, per l’ennesima regola non scritta calpestata, per quel senso di scippo consumato sull’erba dell’Olimpico. Abbiamo urlato all’ingiustizia e usato parole pesanti come pietre. Poi, d’un tratto, la cronaca vera ti sbatte in faccia il conto e ti fa sentire un minuscolo, ridicolo granello di polvere. Jesús de Miguel era un ragazzo di trent’anni tradito dalla normalità di un banalissimo contrasto di gioco come se ne vedono a migliaia, che in una frazione di secondo lo ha fatto precipitare nel buio più totale. È la spietata banalità dell’assurdo di un cuore che cede di colpo, il gelo di una tragedia che irrompe con violenza cieca esattamente lì dove dovrebbe esserci soltanto fiato, fatica, applausi gioia e prato verde. E noi, con la nostra futile rabbia da bar, ci riscopriamo improvvisamente muti, svuotati. Di colpo, i nostri drammi da tre punti e le nostre gastriti da moviola impallidiscono, spogliati di ogni senso. Ci accorgiamo, con uno schiaffo che fa male, che usiamo con troppa disinvoltura parole come tragedia, battaglia o massacro per una banalissima partita di calcio, dimenticando che il vero, unico, inestimabile privilegio è potersi allacciare gli scarpini, scendere in campo e poter respirare quelle emozioni.

Eppure, proprio perché il calcio è lo specchio più spietato e viscerale che abbiamo, la giostra non si ferma. Non si mette in pausa, perché in fondo è il nostro modo più antico per esorcizzare la fragilità della vita e nascondere le lacrime. Così, questo sabato, il calendario ci ha riportati a casa, tra le mura amiche della Domus. Di fronte c’era il Frosinone, che per noi non è mai un avversario come gli altri, ma è l’evocazione esatta dell’abisso e della resurrezione. È il ricordo incancellabile di quel 4 a 3 folle e disperato, sbocciato solo dopo aver toccato il fondo nerissimo di uno 0 a 3 che pesava come una lapide. Quella rimonta fu la prova che, finché c’è aria nei polmoni, si ha il dovere morale di sputare l’anima per ribaltare un destino che sembra già scritto. Questa volta, però, c’era un carico emotivo diverso, palese e pesante nel minuto di raccoglimento prima del fischio d’inizio. Non si scendeva in campo solo per riscattare i torti romani, ma per onorare il fatto stesso di essere lì, vivi e padroni del proprio respiro. E di respiro ne avevamo un disperato bisogno. Oggi il campo ci ha consegnato una vittoria di pura sofferenza, illuminata dalla perla di Adopo al 38esimo e dal coraggio di chi questa terra la respira fin da bambino. Vedere Grandu, giovane sardo del nostro vivaio lanciato a sorpresa dal primo minuto, gettare il cuore nella mischia in una gara così ruvida e incollarsi all’avversario senza mollarlo un istante, è l’immagine esatta dello spirito che ci serve.

È una vittoria che ci restituisce ossigeno vitale e aria pulita, chiudendo finalmente un mini-ciclo logorante e consegnandoci più sereni alla sosta per la Nazionale. Questa boccata d’ossigeno deve essere il nostro vero punto di ripartenza, il momento esatto in cui tirare il fiato per recuperare non tanto i muscoli quanto la testa, svuotata da un periodo avaro e complicato. E per far sì che questa aria nuova diventi energia reale, esiste un solo antidoto: tornare alla sorgente. Alla squadra basterebbe farsi un giro nei Cagliari Club sparsi in ogni paese della Sardegna, o magari fermarsi ai tavolini dei bar di provincia. Basterebbe incrociare gli sguardi di uomini, donne e ragazzini per riscoprire il senso vero del tifo, il piacere genuino di stare insieme, uniti da una passione, tra chiacchiere semplici. Lì dentro non ci sono tattiche o isterie, c’è l’identità profonda delle nostre radici e quei Quattro Mori portati e mostrati da tutto un popolo con fierezza.

Un orgoglio che proprio oggi, 7 Novembre, vibra ancora più forte nel giorno del compleanno del nostro Mito assoluto, l’unico e grande Gigi Riva, faro e marchio inossidabile della nostra anima, ed è esattamente da quell’essenza ruvida e autentica che la squadra può e deve attingere l’energia per rialzare la testa, fare quadrato e tornare a lottare spalla a spalla. Lo dobbiamo al nostro orgoglio. Lo dobbiamo a questa maglia. E, in fondo, lo dobbiamo anche a chi, su un campo di Tenerife, isola come noi, ci ha lasciato i sogni. Ciao Jesús. Fai bonu viaggiu. A si biri.

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