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Ciclismo | Balliana: “Mi ispiro a Van der Poel. Sogno il World Tour e la Nazionale”

Enrico Balliana esulta dopo la vittoria del Trofeo Edil Group di Castiglione delle Stiviere | Foto Rodella
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Tra strada e ciclocross, tra polvere e asfalto, abbiamo fatto due chiacchiere con Enrico Balliana, classe 2008 del Team Ecotek, formazione guidata da una leggenda dei direttori sportivi del ciclismo come Giuseppe Martinelli. Con lui abbiamo ripercorso le tappe del suo percorso fino a oggi, analizzato le vittorie conquistate in questa stagione e fatto il punto sugli obiettivi e sui sogni che guidano il suo cammino nel mondo delle due ruote.

Enrico, iniziamo questa intervista parlando del tuo percorso nel ciclismo: quando hai iniziato ad andare in bici e come è nata questa passione? Raccontaci un po’ le tappe del tuo cammino fino ad oggi, nonostante la tua giovane età…
“Non come molti potrebbero pensare, ho iniziato a correre piuttosto tardi. Fino alla seconda media giocavo a calcio; andavo in bici soprattutto grazie a mia madre, molto sportiva, che ci portava spesso a fare giri ad Arborea o in montagna, in Svizzera, suo Paese d’origine. Durante il Covid mi sono avvicinato seriamente al ciclismo. Dopo il primo lockdown ero tornato al calcio, ma con il secondo stop decisi di partecipare alla mia prima gara: una prova di ciclocross ad Arborea. Contro ogni aspettativa riuscii a vincerla con una semplice mountain bike, mentre molti altri avevano già bici specifiche per la specialità. Da lì è nato tutto. I primi quattro anni li ho trascorsi all’Arkitano Mountain Bike, società che mi ha fatto crescere. Da Esordiente secondo anno sono stato contattato da Paolo Novaglio, che oggi considero un secondo padre e con cui vivo attualmente a Brescia. Al mio primo Campionato Italiano chiusi ventunesimo, ma mi promisi che un giorno avrei lottato per il tricolore. L’anno successivo arrivò la prima vittoria nazionale, battendo proprio il campione italiano in carica: un momento che ha segnato il mio percorso. Nel 2022 ho preso parte anche alle prime esperienze internazionali, ottenendo un quinto posto nella prova a squadre agli Europei e un quindicesimo nel cross country. In quel periodo ho iniziato anche a lavorare con il preparatore Mattia Zontini, sempre affiancato dal supporto di Paolo Novaglio. Da Allievo primo anno chiusi settimo ai Campionati Italiani, nonostante nel finale avessi perso una scarpa mentre ero in lotta per le prime posizioni. L’anno successivo, invece, realizzai uno dei miei sogni: partire al Campionato Italiano con il numero uno, dopo anni trascorsi nelle ultime file. Nella stessa stagione arrivarono anche i miei primi due titoli italiani, nello Short Track e nell’XC Eliminator. A quel punto decisi di affiancare alla mountain bike anche l’attività su strada. Così è iniziata l’avventura con il Team Ecotek, che mi ha proposto il progetto di crescita più convincente. Da settembre dello scorso anno vivo a Brescia, lontano dalla mia famiglia e dalla Sardegna. L’inizio non è stato semplice: nuova città, nuova scuola, nuovi compagni e un ambiente completamente diverso. Anche il ciclismo su strada richiedeva un adattamento importante, soprattutto nella gestione del gruppo e delle gare. Poi, il 31 maggio dello scorso anno, è arrivato il mio primo podio in un cronoprologo importante. È stato il momento in cui ho capito di poter davvero crescere e competere a un altro livello. Da quel momento i risultati hanno iniziato ad arrivare con continuità: per tutta l’estate sono rimasto stabilmente nelle prime dieci posizioni, fino ad arrivare a questa stagione. Oggi posso contare su uno staff ancora più preparato ed esperto, guidato anche da uno dei direttori sportivi più importanti del ciclismo mondiale, Beppe Martinelli”.

Che tipo di corridore ti definiresti? Quali sono le tue caratteristiche principe?
“Penso di essere un corridore abbastanza completo, adatto a percorsi misti. Vado bene a cronometro: l’anno scorso ho chiuso sesto ai Campionati Italiani, secondo di categoria, e uno dei miei obiettivi di quest’anno è proprio provare a vincerli. Mi trovo bene anche nei cronoprologhi, che rispetto alle cronometro sono più brevi, tra il chilometro e mezzo e i quattro chilometri. Mi adatto inoltre a salite lunghe ma pedalabili, fino a una decina di chilometri, purché non troppo ripide. Rendo meglio sui percorsi misti con strappi anche duri, ma non estremi. Le uniche gare in cui faccio più fatica sono quelle molto selettive e dure dall’inizio alla fine; per il resto riesco quasi sempre a difendermi bene. Ho anche uno spunto veloce e sto migliorando nello stare in gruppo. Mi piace inoltre aiutare i compagni, soprattutto il mio velocista Mattia Arnoldi, lavorando come lead-out nelle volate”.

C’è un ciclista a cui ti ispiri particolarmente, oppure un modello di riferimento che ammiri nel panorama del World Tour?
“Sicuramente il mio ciclista preferito è Van der Poel, quello a cui mi ispiro maggiormente. È un atleta molto cinico e freddo nei momenti decisivi, e credo che abbia caratteristiche in parte simili alle mie, anche perché come me proviene dal fuoristrada e ha sempre fatto ciclocross. Sarebbe già un sogno riuscire a realizzare anche solo il 10% di quello che ha fatto lui. La cosa che vorrei imparare maggiormente da lui è la capacità di gestire la bici e di muoversi nel gruppo, riuscendo a restare sempre nelle posizioni davanti senza rischiare di restare tagliato fuori dalla corsa. È molto raro, infatti, vederlo fuori dalla bagarre decisiva. E poi, naturalmente, anche solo avere una parte del suo motore sarebbe già un grande traguardo”.

La stagione 2026 è iniziata nel migliore dei modi, con tre vittorie conquistate, due delle quali arrivate proprio nel mese di maggio. Che sensazioni stai vivendo in questo momento della tua carriera?”
“La stagione è iniziata presto. Ho disputato subito una gara internazionale di Mountain Bike in Spagna, dove ho ottenuto un quarto posto, un risultato comunque molto buono. Successivamente ho svolto un ritiro con la squadra sempre in Spagna e poi abbiamo corso in Belgio la Kuurne–Brussel–Kuurne, dove stavo correndo bene e avevo buone sensazioni. Purtroppo, ai meno tre chilometri dall’arrivo, sono caduto e sono stato tagliato fuori dalla lotta per un buon piazzamento (57°, ndr). Fino a inizio aprile non sono riuscito a trovare continuità: facevo fatica a sbloccarmi. Poi sono arrivato alla gara di Terracina, dove sono ancora una volta caduto a causa di un velocista che mi ha tagliato la strada. Da lì però la svolta: nelle ultime settimane ho raccolto la mia prima vittoria, due secondi posti e altre due vittorie. Ora il mio obiettivo è mantenere questa condizione il più a lungo possibile”.

Hai parlato della Kuurne-Brussel-Kuurne Juniors, una corsa internazionale di categoria 1.1 che in passato è stata vinta da ciclisti del calibro di Uijtdebrooks e Remco Evenepoel. Che tipo di gara è stata e cosa ti ha lasciato questa esperienza?
“La Kuurne-Brussel-Kuurne è stato il mio primo appuntamento internazionale, dato che l’anno scorso non avevo praticamente corso gare di questo livello. È stata un’atmosfera speciale: correre in Belgio, nella patria del ciclismo, su un percorso adatto alle mie caratteristiche, è stato davvero importante. Mi sono sentito a mio agio fin da subito nel gruppo, composto da corridori molto esperti e intelligenti nella gestione della corsa. Questo riduce anche il rischio di situazioni pericolose, perché chi non ha le gambe giuste semplicemente non riesce a restare davanti. Il percorso era molto bello: le salite e i tratti di pavé, pur durissimi, erano scorrevoli e molto divertenti da fare. La gara è rimasta piuttosto controllata per i primi 50 chilometri, poi si è entrati nella fase più selettiva con strappi anche di un chilometro. Nonostante la selezione, il gruppo è rimasto ancora numeroso, attorno alle 60-70 unità. Dopo quella fase c’è stato un momento di calma, in cui quattro corridori sono riusciti ad allungare e poi sono arrivati all’arrivo. Successivamente, una squadra ossia la Devo Team della Bahrain ha deciso di aprire un ventaglio a causa del vento laterale. Sono stato bravo a risalire rapidamente posizioni e a rientrare nei primi 10-15. Purtroppo c’era poco accordo e ci hanno ripreso, ai meno tre chilometri dall’arrivo, in una strettoia, sono entrato in contatto con un altro corridore e siamo caduti entrambi, finendo così fuori dai giochi proprio nel momento decisivo della corsa”.

Nel Team Ecotek è presente una figura storica come Giuseppe Martinelli, uno dei direttori sportivi più importanti di sempre. Che tra i tanti ha avuto ciclisti del calibro di Contador, Nibali e Fabio Aru. Che consigli ti dà quotidianamente? Avete mai parlato di Aru?
“Con Beppe ho avuto modo di costruire un bel rapporto già dall’anno scorso, quando è entrato in squadra. Da subito ha creduto fortemente nelle mie qualità e si è creato fin da subito un percorso di lavoro più stretto. Oggi ci sentiamo praticamente ogni giorno: per me è un punto di riferimento importante anche dal lato mentale. Mi sta insegnando davvero cosa significa fare il corridore. Ogni parola che dice per me ha grande valore. Anche quando mi è capitato di sentire indicazioni che inizialmente non mi facevano piacere, come il dover rinunciare a giocarmi una corsa per aiutare un compagno, so che lo fa sempre nell’interesse mio e della squadra. Per questo cerco di ascoltare tutto e trasformarlo in un’opportunità di crescita. Sono una persona molto curiosa, quindi con lui mi confronto spesso e gli faccio tante domande. In alcune occasioni ho parlato anche di Fabio, un corridore che ha in comune con me una grande testardaggine, una caratteristica tipica anche di molti ciclisti e, forse, ancora di più del carattere sardo: quella determinazione forte che ti spinge sempre a dare qualcosa in più”.

Pensi mai a un possibile passaggio tra i professionisti?
“Sì, a inizio anno l’obiettivo era chiaro: da quando sono andato via di casa, puntare per la prossima stagione a entrare in un team development, ovvero una squadra di sviluppo del World Tour. L’anno scorso erano già arrivati alcuni risultati importanti, e questo mi ha dato motivazione e consapevolezza: ho capito che quest’anno potevo essere tra i migliori italiani della mia categoria. L’idea era quindi quella di provare a conquistarmi un posto in questo tipo di squadre, anche se al momento non c’è ancora nulla di definito. È ancora presto poiché il ciclomercato non si è aperto davvero. Con il mio procuratore stiamo lavorando per trovare la soluzione migliore possibile per il prossimo anno. Il sogno resta quello di riuscire un giorno a vestire una maglia World Tour: penso sia un obiettivo ambizioso, ma anche nelle mie corde”.

In questi giorni si sta correndo il Giro d’Italia: lo stai seguendo? È una corsa che ti affascina particolarmente? Guardando al futuro, c’è una gara che sogni di disputare un giorno, magari una classica o proprio un grande Giro…
“Si, la Corsa Rosa è una gara bellissima, estremamente dura. È un ambiente magico da vivere e sarebbe davvero un sogno poterla correre. Da spettatore è già un’emozione unica, ma da corridore lo è ancora di più. Allo stesso tempo è una prova durissima: tre settimane in sella non sono come tre settimane di allenamento. Sono giorni di grande stress, tra trasferimenti, cambi di albergo, alimentazione, pressioni e fatica quotidiana. Proprio per questo è un’esperienza tanto difficile quanto affascinante. Per quanto riguarda le mie corse preferite, amo soprattutto le Classiche del Nord. Se dovessi sceglierne alcune, direi la Milano-Sanremo, il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix. Sono le tre gare che sogno un giorno di poter correre. La Sanremo, perché è la corsa di casa, la Classicissima di primavera: sarebbe speciale viverla da corridore italiano con una squadra World Tour. Il Fiandre, per le pietre e l’atmosfera unica del Belgio, dove si respira il ciclismo vero. E la Roubaix, perché è una corsa unica: le emozioni che ti dà non le trovi in nessun’altra gara”.

Quest’anno, dopo 15 anni di assenza, è tornato il Giro di Sardegna. Da ciclista sardo, che emozione è vedere il ritorno di una corsa così importante per l’Isola?
“Sicuramente mi ha fatto molto piacere vedere il ritorno di una corsa sulle strade sarde, anche perché passava letteralmente davanti a casa mia. Purtroppo non ho potuto esserci perché ero in Belgio (Kuurne-Brussel-Kuurne, ndr), ma spero che il prossimo anno, entrando in una squadra devo, possa avere la possibilità di correrla. Se ci sarà di nuovo questa gara, farò di tutto per essere al via e correre sulle strade di casa. Sarebbe davvero un sogno poterlo fare magari con la maglia di una delle migliori squadre al mondo, in una corsa come il Giro di Sardegna”.

Com’è per te vivere lontano da casa in giovane età, tra sacrifici e quotidianità?
“Non sono mai stato una persona troppo espansiva, anche perché ho un carattere piuttosto chiuso e sono molto timido. Per questo, non ho mai vissuto questi aspetti come veri e propri sacrifici. Se ci penso, sì, qualche rinuncia c’è, ma allo stesso tempo sto facendo quello che mi piace davvero: sto cercando di trasformare la mia passione in un lavoro. Per questo non lo vivo come un sacrificio, ma come qualcosa che scelgo io di fare ogni giorno. Quando magari non ho tanta voglia di allenarmi, lo faccio comunque, perché so che fermarmi mi farebbe sentire in colpa con me stesso. E alla fine, per chi ama davvero questo sport, rinunciare a qualcosa diventa quasi naturale. L’unico aspetto che pesa un po’ di più è il fatto di avere tanti amici nel ciclismo e pochi al di fuori di questo ambiente. Sicuramente, poi, a questa età stare lontano dalla famiglia e dalla mia ragazza è la cosa più difficile da accettare: è l’unico vero aspetto che non mi piace, quello di essere lontano da casa e dalla mia terra”.

Per concludere: quali sono gli obiettivi che ti sei posto per questa stagione e quali sogni coltivi per il tuo futuro nel ciclismo?
“Il sogno di quest’anno è sicuramente quello di vincere il Campionato Italiano a cronometro, oppure comunque provare a ottenere il miglior risultato possibile, sia nella cronometro che nella prova su strada. Sono gli obiettivi principali su cui stiamo lavorando insieme a Beppe. Un altro piccolo sogno sarebbe quello di riuscire a vestire la maglia azzurra. Poi, l’obiettivo più concreto resta quello di continuare a fare bene in queste gare e cercare un contratto con una squadra development per la prossima stagione”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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