Eccoci, ci risiamo. Ogni volta che il Cagliari si trova ad affrontare una delle big della Serie A, riparte immancabile la grancassa mediatica su Yerry Mina. “Antisportivo, arrogante, provocatore. Si meriterebbe una bella lezione”. I commenti sono sempre gli stessi, carichissimi di sdegno. Li abbiamo sentiti arrivare da ogni parte, da opinionisti e osservatori più o meno qualificati. Sulla carta stampata nazionale, sulle testate web dichiaratamente partigiane e non, nel florilegio incontrollato di podcast che dominano l’algoritmo di TikTok di chiunque si interessi di calcio. Una macchina del fango più o meno a senso unico che, trovato il mostro da sbattere in prima pagina, attinge a piene mani dalla polarizzazione sfrenata delle opinioni che il web facilita. Sentenza inappellabile: Yerry Mina dovrebbe sparire dai campi.
Due pesi e due misure
Ora, credo proprio che il personaggio in questione non abbia necessità di nessuna difesa d’ufficio. Anche perché lui, il difensore, lo fa già di professione. Eppure, alla lunga, diventa difficile assistere impassibili a questo tiro al piccione. Per un semplice motivo: il doppiopesismo smaccato che porta con sé. Per non dire del forte sospetto di un’indignazione selettiva che si aziona a comando, in funzione del prestigio della maglia indossata dal soggetto in questione. Il che, per carità, è sacrosanto quando a commentare sono i tifosi. Un po’ meno, invece, quando a prendere la parola sono commentatori che possono esprimersi da palcoscenici di prestigio. Yerry Mina non è un santo, ovviamente. Lo sa lui e lo sa chiunque. Il suo atteggiamento plateale e provocatorio è contrario a qualsiasi spirito decoubertiano. Il colombiano porta ogni gara sul terreno della battaglia psicologica: ingaggia un duello sul filo dei nervi con i suoi atteggiamenti istrionici. Pizzica, provoca, esulta in faccia per un errore altrui. Ama il trash talking.
L’arte della provocazione
Chi vi scrive, da tutta la vita — per ragioni professionali e non — ha un rapporto privilegiato con il mondo della pallacanestro. E proprio “l’arte” del trash talking, in questa disciplina, ha portato alla mitizzazione di personaggi assurti a icone. Penso a “The Worm”, Dennis Rodman. O al più spietato trash talker di tutti, “The Glove”, Gary Payton. Per non parlare di Kevin Garnett e del compianto Kobe Bryant. Le loro gesta in termini di provocazione dell’avversario sono diventate mitiche, vengono perpetuate da narrazioni e storyteller. Sono spesso risultate importanti per annullare mentalmente l’avversario. E volete sapere perché? Perché sarà pure una parte sporca, ma anche questa fa parte del gioco. A pieno titolo, piaccia o no. La cultura sportiva americana, decisamente superiore alla nostra, lo ha accettato ormai da decenni. Perché il problema non è di chi ha comportamenti istrionici, provocatori, entro i limiti tollerabili della “sporcizia” del gioco. Un territorio poco nobile, ma pressoché innocuo. Il problema, semmai, è di chi dovrebbe uscire dal vittimismo e imparare a reggere questo tipo di pressione mentale.
La lezione di Reggie Miller
Ce l’ha insegnato — per restare al basket NBA — un campione come Reggie “Hollywood” Miller. In gara 5 delle semifinali della Eastern Conference del 1994 tra New York e Indiana, il celebre regista e tifoso dei Knicks Spike Lee passò tutta la gara a provocarlo e insultarlo, anche in maniera sanguinosa. Ebbene, l’asso dei Pacers accettò il duello e nell’ultimo quarto gli sparò in faccia 25 punti, regalando poi alla mitologia sportiva il celeberrimo “choke sign”. Tradotto: vi state strangolando da soli.
L’indignazione selettiva
Chi, invece, incontra sulla propria strada Yerry Mina spesso conosce solo un altro linguaggio: quello del piagnisteo. Anche perché una cosa va detta: Yerry Mina non ha mai fatto male a nessuno. I suoi eccessi sono prevalentemente psicologici e mentali. Mai una volta è entrato in maniera scomposta facendo male a un avversario. Le sue espulsioni in carriera si contano sulle dita di una mano. Un fattore, questo, che gli indignados un tanto al chilo dovrebbero ricordarsi un po’ più spesso. Magari dopo aver passato una vita a idolatrare chi, invece, della violenza — molto spesso volontaria e premeditata — sul campo da gioco ha fatto un marchio di fabbrica. Non è forse il caso di fare nomi, ma ci siamo capiti. Solo che questi, al contrario di Mina, avevano la fortuna di vestire maglie magari un po’ più nobili e sicuramente più protette nel circuito degli opinionisti che nelle ultime ore si sono riscoperti amanti del calcio da libro Cuore. E fa sorridere che il meno interessato di tutti a questo dibattito sia proprio lui, Yerry Mina, che nell’intervista del post gara ha detto, sostanzialmente, “questo è il mio fútbol”, facendo spallucce e sfoderando il suo immancabile sorriso. Avanti così, Yerry, continua a farli impazzire. Il trash talking non è reato e mai lo sarà.
Roberto Rubiu






















