Tredici punti in sei partite, una sola sconfitta e appena tre gol subiti che certificano lo status di migliore difesa della Serie A assieme alla Roma. Il pareggio per 1-1 contro la Juventus ha confermato quanto visto nelle prime cinque giornate di campionato: il Cagliari è una squadra solida, quadrata, difficile da affrontare. Non solo, però, per un’applicazione maniacale di tutti, da chi siede in panchina con il suo gruppo di lavoro a chi scende in campo dall’inizio o in corsa, ma anche per una capacità di adattamento alle diverse situazioni – tra partita e partita e anche all’interno degli stessi novanta minuti – che è lo specchio del credo del suo leader indiscusso, ossia Fabio Pisacane. Un sarto abile nel cucire il vestito adatto che sia di stagione in stagione che di settimana in settimana. L’abito da lavoro che, come un trasformista alla Arturo Brachetti, diventa improvvisamente uno smoking per poi, altrettanto improvvisamente, diventare nuovamente quello da battaglia.
Non solo difesa
“Noi dentro sappiamo bene quali sono le nostre possibilità, vogliamo crescere nella gestione del palleggio. Quest’anno abbiamo la possibilità di sfruttare i ragazzi secondo quello che è il nostro credo, la scorsa stagione avevamo caratteristiche diverse, io alleno una squadra e devo farla giocare nel miglior modo possibile”. Nel post partita della Unipol Domus, con il focus sulla discussione tra Luciano Spalletti e Pisacane dopo il fischio finale, l’allenatore rossoblù ha comunque voluto sottolineare la gara dei suoi e, dettaglio non da poco, l’evoluzione del gioco nata da una rosa costruita diversamente e più adatta a un calcio maggiormente propositivo almeno nel palleggio. Certo, il pareggio contro i bianconeri ha visto gli ospiti comandare in lungo e in largo, ma come disse Mourinho dopo il famoso Barcellona-Inter del 2010 in Champions League, esistono situazioni in cui anche non volere il pallone può far parte di una strategia chiara, così come una gara si può “dominare” anche senza il possesso a proprio favore. E così ha fatto il Cagliari contro la Juventus, lasciando il controllo sterile del gioco agli uomini di Spalletti e mettendo in campo le proprie armi contro un avversario superiore sulla carta: difesa attenta con copertura degli spazi alternata a una pressione media e ripartenze rapide andando in verticale sia palla a terra sia sfruttando Mendy come pulitore di palloni sporchi. In novanta minuti di prevalente gestione difensiva, il Cagliari ha saputo – al contrario della stessa gara vinta lo scorso gennaio – anche sviluppare manovre interessanti con una fase di possesso ben organizzata e con alcune giocate codificate che hanno messo in difficoltà e non poco la Juventus.
La costruzione dal basso, con i bianconeri quasi sempre in pressione alta, ha messo in mostra un classico 4+1 formato dalla linea difensiva Zé Pedro, Mina, Rodriguez, Obert e come play in ricezione centrale Winks. Una volta superata la prima pressione bianconera, la disposizione del Cagliari è passata a una sorta di 4-3-3 che, però, lasciava libertà di movimento senza essere cristallizzato.
Una delle caratteristiche già mostrate nelle prime cinque giornate – e ribadita anche contro un’avversaria come la Juventus – è stata la predisposizione all’attacco verticale e al supporto della manovra sia degli esterni di difesa che degli interni di centrocampo, con particolare attenzione al lavoro di Maldini nella zona di rifinitura. Libero di svariare, il numero 70 del Cagliari ha saputo abbinare alle combinazioni sulla sinistra (oltre la lavoro difensivo su Kalulu) anche la presenza tra le linee in zona centrale, diventando complesso da inquadrare per la linea difensiva comandata da Bremer. Il supporto in zona avanzata di entrambi i terzini, inoltre, ha permesso proprio a Maldini di avere maggiore campo, con la Juventus costretta a gestire non solo lo sfogo centrale, ma anche le soluzioni laterali date da Obert e Zé Pedro.
Fin dai primi minuti è stata chiara l’idea in fase di possesso studiata da Pisacane e già mostrata nelle precedenti gare. Maldini in zona di rifinitura, con Mendy alle sue spalle in verticale, permetteva la creazione di uno spazio da attaccare da parte della mezzala, con Romano pronto a dare supporto anche grazie a Obert che ha tenuto impegnato Kalulu sul possibile scarico esterno.
La volontà di ripartire attraverso la gestione del pallone e non il solo lancio verso Mendy è risultata evidente dalla scelta di puntare su Massolin come interno di centrocampo in fase di possesso. Assieme a Winks, Romano e Maldini, infatti, il francese ha permesso una pulizia tecnica attraverso le rotazioni, con la densità in in costruzione che ha visto spesso i quattro elementi più dotati tecnicamente essere vicini tra loro per provare combinazioni che hanno, peraltro, sfruttato la caratteristica fondante del nuovo Cagliari di Pisacane, ossia l’utilizzo del cosiddetto terzo uomo.
Principio fondante del calcio posizionale, il terzo uomo è utilizzato come elemento per superare la pressione avversaria e liberare un giocatore che possa andare nello spazio e trasformare una situazione di difficoltà – come una marcatura aggressiva alle spalle – in un’opportunità di transizione offensiva. La presenza di Winks nel gestire i tempi di gioco è la chiave di questo concetto di gioco codificato da Pisacane per il suo Cagliari, con nel caso specifico il primo pallone verticale diretto verso Adopo che vede Romano già predisposto all’attacco dello spazio come terzo uomo, pronto a ricevere l’appoggio del compagno francese e a proseguire con la conduzione verticale.
L’ulteriore evoluzione del concetto di terzo uomo è arrivata in alcune occasioni con una sorta di doppio scarico. Prima il pallone che in verticale passa dal difensore centrale (Mina) all’interno di centrocampo (Adopo), con Winks che grazie a uno smarcamento preventivo “chiama” in anticipo lo scarico come, appunto, terzo uomo. Ma, in questo caso, l’inglese passa da terzo della prima giocata a secondo della successiva, con Romano che nuovamente svolge il compito di terzo uomo effettivo con l’attacco dello spazio in verticale che diventa la soluzione automatica per Winks.
Il gol che ha portato in vantaggio il Cagliari arriva dalla combinazione di transizione positiva e utilizzo – più estemporaneo che codificato – del terzo uomo in chiave più offensiva e non solo come uscita dalla pressione. Un’azione che si è sviluppata sfruttando il giro palla sterile della Juventus da sinistra a destra, con Bremer che scarica su Kalulu e il terzino bianconero lasciato con poche opzioni di giocata e senza uno scarico semplice. È il momento in cui il Cagliari capisce che deve scattare la pressione in avanti e il blocco medio-basso cambia in una sorta di uomo su uomo che prova a sfruttare la difficoltà in costruzione degli avversari.
Kalulu ha una doppia possibilità: ripartire nuovamente con il giro palla e andare da Bremer (ripetendo quanto già visto pochi secondi prima), oppure provare la soluzione verticale verso McKennie e Conceicao. Il francese opta per la seconda, trovando un Obert pronto nell’anticipo e nel far partire la transizione offensiva del Cagliari. Ed è qui che i rossoblù utilizzano nuovamente il concetto di terzo uomo, per quanto dettato più dalla situazione contingente che da una vera e propria codifica pianificata. Ma che nasce, appunto, dalla costante ricerca di questo principio che diventa automatico anche in giocate differenti. Obert, infatti, appoggia per Mendy che fa da sponda per il terzo uomo, in questo caso Maldini, pronto ad attaccare lo spazio alle spalle dell’avversario e ad andare in conduzione.
Il resto è tutto nella capacità del numero 70 rossoblù, in un pizzico di fortuna nel rimpallo che favorisce Mendy e nella bravura di quest’ultimo nell’appoggiare nuovamente la palla al compagno davanti a Vicario. C’è però un particolare tutt’altro che secondario, perché Maldini riesce ad arrivare al limite dell’area e a puntare gli avversari grazie a Obert che non si limita a far partire l’azione trasformandola da difensiva a offensiva, ma continua la corsa con una sovrapposizione interna che libera lo spazio – e toglie ulteriore attenzione – per il trequartista di Pisacane. La parola chiave è dunque coraggio, quello di completare la giocata non limitandosi a consegnare il pallone ai compagni, ma continuando a dare supporto senza palla per creare le premesse che possano dare pericolosità alla ripartenza.
Adopo, l’elogio dell’abnegazione
Nella partita in fase di non possesso del Cagliari, prevalente rispetto a quella con il pallone tra i piedi, il centro di gravità permamente è stato Michel Adopo. Giocatore totale, capace di interpretare più ruoli, dall’esterno alto del 4-3-3 all’interno di centrocampo nel 4-5-1, dal laterale di destra nel 4-4-1-1 fino al braccetto nel 5-4-1 visto in alcune situazioni di gioco.
Guardando alla costante tattica dei rossoblù di Pisacane, in fase di non possesso la disposizione vista maggiormente è stata quella di un 4-4-1-1 con blocco medio-basso tendente più alla difesa dell’area e della zona di rifinitura. Reparti stretti, giocatori delle catene laterali abili a interscambiarsi e a scalare sulle sovrapposizioni: un aspetto che, peraltro, ha aiutato anche quando si è presentata la possibilità di uscire, perché la vicinanza degli interpreti ha permesso la gestione del pallone anche in caso di lancio diretto verso Mendy, con i centrocampisti pronti a non lasciare solo l’attaccante classe 2007.

Se dal punto di vista tecnico Massolin ha mostrato, seppur a sprazzi, doti apprezzabili, meno appariscente è stato il lavoro del francese in fase difensiva. Spesso e volentieri come secondo pressatore dopo Mendy, l’ex Modena è stato anche capace di giostrare da interno al fianco di Winks e soprattutto da esterno quando il Cagliari si è disposto con un compatto 4-5-1. Adopo ha occupato così la posizione di interno di destra, con Winks centrale e Romano interno di sinistra, mentre sugli esterni Massolin chiudeva la zona di Celik come Maldini quella di Kalulu. Una duttilità tattica che ha permesso a Pisacane di cucire abiti su misura alle diverse situazioni create dalla Juventus, senza cambiare interpreti e senza snaturare la volontà di giocare non appena possibile.
Il fulcro della fase difensiva del Cagliari è stato senza dubbio Adopo. Esterno alto in possesso, ma vero e proprio equilibratore in quella di non possesso. Sia come laterale di destra che, assieme a Zé Pedro, ha gestito egregiamente il duo Celik-Mc Kennie, sia come interno di centrocampo per coprire lo spazio alla destra di Winks, sia soprattutto per i compiti svolti su Nico Gionzalez. L’argentino è sembrato, nelle intenzioni di Spalletti, quell’elemento che avrebbe dovuto scardinare la difesa rossoblù come partner di Kolo Muani, andando ad attaccare il mezzo spazio tra Mina e Zé Pedro e navigando tra le linee in zona centrale. Adopo, però, ha evitato quasi ogni pericolo riuscendo a gestire Gonzalez sia quando si presentava in zona di rifinitura, sia quando ha provato ad aggredire lo spazio tra i centrale e terzino del Cagliari. E lo ha fatto agendo da vero e proprio braccetto, con un’efficacia e un’attenzione che hanno permesso alla difesa di Pisacane di soffrire relativamente la pressione della Juventus.
A confermare il grande lavoro di Adopo ci sono due istantanee del suo primo tempo che distano appena diciotto secondi l’una dall’altra. Nella prima (siamo al minuto 30:27) il centrocampista francese abbozza una pressione su Celik agendo da esterno di destra di centrocampo e costringendo l’avversario a ripartire dalla difesa. Nella seconda, dopo che la Juventus ha girato il possesso da sinistra a destra e poi di nuovo a sinistra, eccolo agire da braccetto di destra della difesa a cinque per coprire il mezzo spazio tra Mina e Zé Pedro. Un lavoro che si è visto a più riprese, evidentemente preparato a monte ed eseguito alla perfezione dal centrocampista francese.
Obert ultimo anello
Il secondo tempo ha visto la Juventus aumentare i giri grazie agli ingressi di Zhegrova e Alajbegovic, decisamente più efficaci di McKennie e Conceicao. Il piano gara del Cagliari non è cambiato, blocco medio-basso e tentativi di transizione positiva che hanno prodotto occasioni più potenziali che reali (Fadera e Mendy entrambi in fuorigioco), mentre i bianconeri hanno ulteriormente modificato la fase offensiva una volta affiancato Woltemade a Kolo Muani. Ed è qui che i rossoblù hanno trovato difficoltà nell’adattarsi a una Juventus che ha riempito l’area con più uomini, perdendo anche per una stanchezza fisiologica l’attenzione e l’aggressività che sarebbero servite in occasione del gol dell’attaccante francese.
L’azione degli ospiti parte da un possesso senza grosse pretese come accaduto fino a quel momento, ma già in questa fase si possono notare i primi campanelli d’allarme. Il Cagliari, disposto con un 5-4-1, è sempre in modalità blocco medio-basso, ma manca l’aggressività sull’uomo di riferimento. Sugawara, da quinto di destra, lascia la ricezione del passaggio ad Alajbegovic rimanendo a una distanza eccessiva dall’esterno bosniaco, mentre sul lato opposto si può notare come Kolo Muani – aiutato dalla presenza di Woltemade – cerchi il mezzo spazio tra Deiola e Obert, con lo slovacco lontano dall’avversario diretto e il sangavinese che non può controllarlo alle proprie spalle.
Il momento chiave dell’azione arriva però qualche secondo dopo, quando dopo aver ricevuto palla in totale libertà, Alajbegovic punta Sugawara mentre Zé Pedro resta alle spalle del compagno in protezione. Manca l’aggressività del giapponese – Caprile infatti dopo il gol lamenta la facilità con cui si è lasciato il cross – ma manca anche un movimento che avrebbe potuto cambiare le scalate dentro l’area. Winks, infatti, non legge la necessità di scalare alle spalle di Zé Pedro, con Romano che avrebbe potuto occuparsi a seconda dell’esigenza di uno dei due centrocampisti ai 25 metri. Una mancata scalata che costringe Mina a guardare con attenzione lo spazio tra sé e Zé Pedro e a lasciare Deiola su Woltemade a Obert su Kolo Muani. L’opzione di Winks che scivola verso la linea difensiva avrebbe permesso al colombiano di avvicinarsi all’attaccante tedesco e, conseguentemente, a Deiola di aiutare Obert nel raddoppio su un Kolo Muani che aveva già preso tempo e spazio allo slovacco.
La concatenazione di disattenzioni porta all’esito finale. Alajbegovic può tranquillamente portarsi al cross di destro senza che Sugawara lo disturbi, Mina è in una sorta di terra di nessuno che sarebbe diventata utile soltanto in caso di pallone diretto più verso Woltemade che sul secondo palo, Deiola è costretto a tenere a bada il tedesco non potendo correre all’indietro per aiutare Obert, lo slovacco perde il duello fisico e di tempismo con Kolo Muani che è così libero di colpire. Una situazione che può capitare, soprattutto in una gara dai 65 e oltre minuti effettivi e giocata a ritmi elevati, con sollecitazioni continue da parte della Juventus da parte di Zhegrova su tutti. Una situazione che, comunque, non inficia una gara di spessore come quella giocata da un Cagliari che, al di là della retorica del cuore e della maglia, ha saputo andare oltre mostrando quando possibile anche un bel calcio. E mostrando, soprattutto, che ci si può difendere anche a lungo senza perdere di vista la voglia di ripartire, con qualità e idee.
M.Z.






















