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Cagliari, l’Inter porta nuovi dubbi e malcontento: ma c’è reale consapevolezza della crisi?

Michel Adopo durante Inter-Cagliari | Foto Valerio Spano
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C’è una frase nel celebre brano degli Afterhours “Non voglio ritrovare il tuo nome” che recita: “Un uomo può distinguersi da un’ombra // Se cerca di esser sempre causa di ciò che gli accadrà”. Un modo più moderno di rivisitare il concetto latino del “homo faber fortunae suae”, in cui ognuno è artefice e responsabile del proprio destino e delle proprie azioni. Trasferendolo sul piano sportivo e calcistico nello specifico, ci si interroga in che modo il Cagliari di Fabio Pisacane stia cercando di mettere in pratica questo insegnamento. Perché la prestazione offerta a Milano contro l’Inter – buon primo tempo ma ripresa da dimenticare – ha lasciato nuovi dubbi sulla reale consapevolezza della difficoltà del momento attraversato da Deiola e compagni. “Questa sera abbiamo affrontato i più forti del campionato e dispiace non aver fatto qualcosa in più, ma non posso incolpare nessuno”, ha detto il tecnico rossoblù a fine gara. Ma, al netto della forza dei padroni di casa, è davvero andata così?

Serata storta
Se la domanda che nasce spontanea è semplice (“Quanto i rossoblù stanno incidendo nella costruzione del proprio destino?”), la risposta lo è decisamente meno. Perché anche nel secco 3-0 subito a San Siro contro i nerazzurri di Chivu nella prestazione dell’undici di Pisacane si è visto ben poco di questa capacità. Specie nella ripresa, quando ai padroni di casa sono bastate due accelerate (quante vibes da Mapei Stadium…) per trovare altrettanti gol in pochi minuti, prima con Thuram e poi con il grande ex Barella, entrati come coltello nel burro di una difesa incapace di opporre resistenza, come già visto in tante, troppe occasioni. E a nulla è valso un buon primo tempo, in cui Palestra ha sverniciato più volte Dimarco e il centrocampo rossoblù ha saputo validamente far da contraltare alla mediana interista. Senza gol, però, non si va da nessuna parte: un discorso che vale ovunque, ma ancor di più al Meazza contro il miglior attacco della Serie A. Tanti errori dei singoli calciatori, così come diverse scelte opinabili da parte del tecnico rossoblù, specie quelle offensive. Non ha convinto in primis quella affidarsi dall’inizio a Borrelli – nulla contro il calciatore, ancora però lontanissimo dalla forma migliore – in una partita impostata sulle ripartenze, con Akanji che ha controllato senza alcun patema l’ex Brescia che, anzi, ha rischiato in un paio di occasioni il doppio giallo. L’ingresso di Mendy al suo posto (e non Kılıçsoy, rimasto 90’ a guardare) ha certificato due cose: sia le gerarchie nel reparto offensivo, sia quanto il pur volenteroso senegalese sia ancora acerbo, soprattutto tatticamente, per la Serie A. Mentre Palestra è stato l’unica vera arma offensiva in grado di mettere in difficoltà l’Inter, ma ha pagato la stanchezza di una partita vissuta a fare costantemente l’elastico sulla fascia destra e l’ormai consuetudine a predicare nel deserto. Rinunciare a Gaetano sul 2-0 è sembrata poi una dichiarazione di resa anticipata, passando a una mediana tutta muscolare (Adopo-Deiola-Sulemana) e rinunciando, di fatto, alla possibilità di costruire per cercare di contenere la pressione nerazzurra. Scelta che non ha prodotto effetti positivi, anche per la consueta abulia già mostrata in passato dai rossoblù di Pisacane, quasi inermi di fronte a un avversario certamente più forte ma che ha dovuto faticare meno del previsto per portare a casa un 3-0 pulito.

Momento no
Tutti ingredienti che hanno concorso a produrre la sconfitta numero 16 in stagione, la settima nelle ultime 10 giornate con statistiche decisamente eloquenti: 5 gol fatti, 16 subiti e, soprattutto, soli 5 punti incamerati (frutto di 1 vittoria, 2 pareggi e 7 sconfitte). Numeri che fotografano in maniera chiara e inequivocabile il momento nero del Cagliari. Il buonsenso dice che, vedendo lo stato di forma opposto tra i rossoblù e l’Inter – 7 vittorie, 2 pari e 1 sconfitta, 26 gol fatti e 10 subiti, totale di 23 punti – difficilmente a San Siro il risultato sarebbe potuto essere molto differente. Quello che era lecito attendersi, però, era una prova di coraggio e cuore da parte di allenatore e squadra, prova che invece non c’è stata. L’ottimo approccio del primo tempo è stato cancellato da quello pessimo “ammirato” nella ripresa, in cui la squadra di Chivu ha messo in ghiaccio il match con due furiose accelerazioni che hanno approfittato della solita frenesia difensiva di un Cagliari scioltosi alla prima vera difficoltà. Il tutto nonostante qualche prova confortante dei singoli, al di là del solito Palestra: Obert ha contenuto lo strapotere sulla fascia di Dumfries, così come Gaetano ha provato a mettere ordine a centrocampo, lasciando però il campo forse con troppo anticipo. Ma resta un dubbio, a bocce ferme: davvero era così impensabile provare a dare una chance a gara in corso ai vari giovani in panchina? Siamo sicuri che Albarracín, Raterink, Trepy e Liteta avrebbero davvero fatto peggio di chi è subentrato? Oppure per gli ultimi tre, titolari nell’Under 20 di Gallego nel difficile match casalingo contro il Cesena – vinto 2-0, con i primi due a segno e lo zambiano ko dopo 10 minuti – la priorità era fare la differenza in Primavera 1? Sono diverse le domande rimaste a mezz’aria dopo San Siro, ma delle due l’una: o questi ragazzi non sono ritenuti del tutto adeguati al livello richiesto dalla Serie A – e ci può stare, sia chiaro – oppure, se così non fosse, c’è qualcosa che non torna nella narrazione generale sul “progetto giovani”. Così come sul peso effettivo dei senatori, tra cui alcuni elementi arrivati in rossoblù per fare la differenza e fin qui, per varie motivazioni (scelte tattiche dell’allenatore, infortuni e via dicendo), raramente in grado di mantenere le promesse.

Nodo Semih
In mezzo a tanti dubbi la trasferta meneghina ha però finalmente dato una risposta a una delle domande che dall’estate scorsa corre di bocca in bocca (e di tastiera in tastiera): perché Semih Kılıçsoy non gioca più? “Vedendo i ragazzi ogni giorno, penso che in questo momento Semih non mi offra garanzie adeguate dal punto di vista fisico, aggiungo che non gli renderei giustizia nel metterlo dentro negli ultimi cinque minuti. Mi auguro che da qui alla fine mi dia risposte diverse, soprattutto in allenamento e a quel punto avrà altre possibilità”, ha detto Pisacane nel post-partita a precisa domanda rivoltagli dal nostro Roberto Pinna. Parole pesanti, che finalmente fanno un po’ di chiarezza su una delle situazioni certamente più spinose di questa stagione. L’attaccante turco è il beniamino della tifoseria, innamoratasi delle sue doti tecniche grazie anche ai 4 gol segnati fin qui, con le perle contro Torino e Verona che avevano fatto immaginare un futuro raggiante per lui con la maglia rossoblù. Il presente però racconta una verità differente, con le ben note difficoltà imputate al Ramadan che lo avrebbero fatto regredire a livello fisico e atletico allo status mostrato nei primi mesi in Sardegna, con una condizione non ritenuta adeguata dal tecnico partenopeo. Può però questo Cagliari permettersi di lasciare quello che probabilmente è il talento più fulgido rosa? E può anche lo stesso Kılıçsoy permettersi di bruciare una chance così importante per la sua carriera, arrivata a un punto in cui il confine tra fenomeno e meteora si fa ogni settimana un po’ più sottile? Come reagirà il 2005 di Istanbul alle parole del suo allenatore? Anche in questo caso è difficile dare una risposta certa. Una cosa però sembra chiara, ovvero che tutti – calciatore, allenatore, club – in questa situazione hanno colpe, tutti hanno ragione e tutti hanno responsabilità. E se una vittima esiste, quella è la tifoseria che a metà aprile si aspettava una posizione di classifica e un momento generale ben diversi.

Presente e futuro
Ecco perché c’è curiosità per capire quale soluzione troverà il Cagliari adesso, a cinque giornate dal termine con ancora la salvezza tutta da conquistare grazie a un calendario tutt’altro che agevole, a cominciare dalla prossima gara in programma lunedì 27 aprile all’Unipol Domus contro l’Atalanta. La priorità è e deve restare l’obiettivo finale, da raggiungere attraverso il contributo di tutti. Occhi e orecchi nel weekend andranno alle gare casalinghe di Lecce e Cremonese, che ospitano rispettivamente Fiorentina e Torino, con la consapevolezza per i rossoblù di non aver ormai più jolly da giocare, se non il fatto di giocare tre volte in casa – Atalanta, Udinese e Torino – nelle ultime cinque. Il successo di misura contro i grigiorossi di Giampaolo è già passato, ma tempo e le possibilità per blindare la Serie A ci sono ancora. A patto però che in campo si veda qualcosa di diverso rispetto a quanto accaduto a San Siro, sia dal punto di vista della prestazione (generale e particolare) che nella lucidità delle scelte tecniche. Serve consapevolezza reale del momento, da parte di tutti. La prestazione di San Siro è un passo all’indietro, non certo in avanti. E questo deve essere ben chiaro dentro lo spogliatoio, perché ora conta solo il presente e un destino da costruirsi nell’immediato: per bilanci e futuro verrà il momento.

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