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L’occhio del tifoso | Cagliari, uno sgarbo alla Juventus e una macchia di Cannonau sull’orgoglio bianconero

Michel Adopo durante Cagliari-Juventus | Foto Luigi Canu
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C’è una regola ferrea nell’ecosistema dell’Isola: l’ospitalità è sacra. Poi sbarca la Juventus, e il protocollo va a farsi benedire. Accoglierli all’Unipol Domus è l’esatto equivalente di invitare a cena quel parente ricco e insopportabile, quello che varca la soglia con la puzza sotto il naso e passa il resto della serata a scrutarti i mobili con malcelata commiserazione.

A rendere il clima definitivamente surreale ci pensa poi un’anomalia sociologica tutta nostra come il sardo juventino. Gente strana che vive perfettamente mimetizzata tra noi, va nello stesso supermercato, impreca contro il caro-traghetti e sa benissimo quando chiudere le persiane per il maestrale. Eppure, nella settimana della partita, subisce una metamorfosi clinica: tira fuori dal cassetto la maglia a strisce e inizia a ostentare un compassato distacco sabaudo, rimuovendo all’improvviso il trascurabile dettaglio di essere nato a Pirri, a Nuoro, a Sassari o a Quartu. Un cortocircuito identitario che il resto dell’Isola si limita a tollerare con rassegnata, viscerale compassione. Per questo, contro di loro, non ci interessa l’estetica. Noi cerchiamo lo sgarbo. La nostra massima soddisfazione agonistica si riduce a un traguardo molto terreno: la prospettiva di rovesciargli, con un finto inciampo millimetrico, un calice di Cannonau sulla camicia della festa bianca di sartoria. E per ottanta minuti esatti, il piano diabolico ha funzionato alla perfezione, trasformando l’arrogante certezza di farsi una facile passeggiata all’Unipol Domus in pura e semplice frustrazione Il paradosso spazio-temporale di un Maldini che purga la Juventus indossando la maglia del Cagliari è materiale da letteratura pura, una falla nel sistema di cui godere in rigoroso silenzio. Daniel scarta il regalo di compleanno confezionato dall’impertinenza di Mendy – che tratta i difensori come birilli al parchetto – e manda l’Unipol Domus in una dimensione parallela.

Da quel momento, abbiamo visto l’aristocrazia calcistica incartarsi,abbiamo visto i milioni di euro sbattere contro i guantoni di un Caprile monumentale e perdersi nel traffico gestito da una squadra che li ha rimbalzati per tutta la sera, con la calma glaciale di una schiera di buttafuori davanti a dei ragazzini viziati a cui viene negato l’ingresso nel privè. Ma, soprattutto, abbiamo assistito all’apertura della clinica psichiatrica del Dottor Yerry Mina. Il colombiano ha eretto una ragnatela mentale in cui ha intrappolato l’intero attacco bianconero, dispensando sorrisi, sportellate e pura arte della provocazione. Poi, certo, i padroni del pallone hanno aperto il libretto degli assegni. Dalla panchina extralusso di Spalletti è spuntato Zhegrova, e Kolo Muani, che non segnava in campionato dall’epoca in cui i dinosauri dominavano la Terra, si è improvvisamente ricordato di essere un centravanti da novanta milioni. Un colpo di testa, uno a uno. Il Cannonau ha macchiato solo il polsino, non tutta la camicia. Ma la vera sublimazione della serata, la vetta dell’estasi calcistica, si è materializzata al triplice fischio.

Perché incassare un pareggio all’81’ lo metti nel preventivo, ma vedere l’altezzosa nobiltà perdere le staffe come in un torneo aziendale del giovedì sera è puro lusso. La scena di Luciano Spalletti che indossa la canottiera da bisticcio, mandando in frantumi la gelida superiorità sabauda per buttarsi in una rissa verbale da bar con Pisacane — e perdendola pure miseramente — vale da sola il rinnovo dell’abbonamento. Sentirlo poi ai microfoni della sala stampa a quasi settant’anni suonati, giustificare la propria crisi di nervi accusandoci di saper perdere tempo è un capolavoro di umorismo involontario. Ha dovuto confessare, con la voce incrinata e l’orgoglio ferito, che un genio del caos come Mina li ha portati in giro come scolaretti in gita che hanno perso la maestra. Non li ha solo marcati, gli ha letteralmente hackerato il sistema nervoso centrale. Erano venuti per conquistare l’Isola in ciabatte, e se ne tornano sul continente con il fegato a pezzi, bullizzati psicologicamente da un colombiano ciondolante e sorridente. Volevamo rovesciargli il vino sulla camicia. Forse ne abbiamo versato solo mezza goccia, ma in compenso gli abbiamo fatto strappare la cravatta da soli, a mani nude, dalla frustrazione.

E stamattina, mentre nei bar di tutta l’Isola i portatori sani del tifo strisciato bianconero richiuderanno la maglietta in fondo al cassetto, fingendosi improvvisamente grandissimi esperti di basket, di Formula 1, di motociclismo o magari di uncinetto, noi sorseggeremo il nostro caffè felici e in santa pace Un punto in classifica per la matematica, tre punti in superiorità psichiatrica per la storia, un saluto e un buon viaggio di ritorno a Torino. Stipate pure la bile nel bagaglio a mano e godetevi un’altra settimana passata rigorosamente a guardarci le spalle in classifica.

P.S. Un piccolo promemoria per le pay-tv: paghiamo abbonamenti a peso d’oro per ascoltare dei telecronisti, non per sorbirci degli aspiranti tronisti in cerca di protagonismo o un tifo da curva palesemente a senso unico. Questa narrazione che ci dipinge sistematicamente come la docile vittima sacrificale sull’altare della blasonata di turno ha francamente stancato. Soprattutto quando, alla fine, la vittima decide di mordere.

Massimo Piras

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