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L’Editoriale | Un viaggio tra gol, cadute e amore per Cagliari: Pavoletti, è stato bello raccontarti

Leonardo Pavoletti saluta il pubblico di Cagliari | Foto Valerio Spano
Leonardo Pavoletti saluta il pubblico di Cagliari | Foto Valerio Spano
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Il nostro omaggio a Leonardo Pavoletti, che ieri domenica 17 maggio 2026 ha ricevuto l’abbraccio dei tifosi del Cagliari in occasione del match contro il Torino, sua ultima apparizione alla Unipol Domus da calciatore rossoblù. Abbiamo cercato di ripercorrere i quasi nove anni vissuti da Pavo con il numero 30 sulla schiena, tra gioie e cadute, gol e infortuni, responsabilità e fatti concreti. Abbiamo scelto una formula particolare nel registro testuale, a metà tra discorso diretto (dandogli del tu, rappresentata graficamente con il corsivo) e indiretto (con l’utilizzo della terza persona), per provare a raccontare quello che ha rappresentato per Centotrentuno il centravanti livornese.


🎶 “Pavo-goooool, Pavo-goool! Che ce frega di Borriello, noi c’abbiamo Pavo-gol!”. 🎶

Caro Leo,
quando ho sentito la tua risposta alla specifica domanda dell’amico Alessandro Spedicati in “PodCasteddu” ero certo che ti ricordassi bene quella sera del 29 agosto 2017, quella del tuo primo approccio con il mondo Cagliari. E lo hai confermato nel discorso a fine partita davanti ai giornalisti presenti nella sala stampa dell’Unipol Domus per la tua “last dance”, per usare la famosa frase che dà il titolo alla serie su Michael Jordan. “Il mio arrivo a Cagliari e il ritorno da Bari sono due immagini che ho ancora in testa. Se chiudo gli occhi torno lì. Non le riguardo, le ripenso e basta”, hai detto. Anche io me le ricordo entrambe distintamente, nonostante sia andato all’aeroporto di Elmas decine e decine di volte per lo sbarco di un calciatore rossoblù. In attesa davanti all’area sterile degli arrivi c’erano oltre trecento tifosi in festa, pronti ad abbracciarti al tuo arrivo. Ho recuperato le immagini di Sky Sport – che ringrazio anche qui, dopo averlo fatto privatamente, per la disponibilità – di quella tarda serata: al di là del rimpianto nel vedermi più magro, giovane e con tanti capelli (vabbè sono anche passati nove anni, eh), ho rivissuto le emozioni di allora. L’attesa vibrante dei tifosi, i cori, le bandiere e le tante maglie rossoblù a colorare tutta l’area. Ricordo anche la formuletta preliminare dell’ufficio stampa (“Il calciatore non è ancora un tesserato del Cagliari”), usata per scoraggiare interviste temerarie. Ma la verità è che in quella sera che quasi volgeva a notte, non ci fu praticamente la possibilità di chiederti nulla, tale era l’entusiasmo intorno a te, protetto da due ali di folla fino all’auto che ti portava in città.

L'arrivo di Pavoletti a Elmas il 29 agosto 2017 | Frame concesso da Sky Sport
L’arrivo di Pavoletti a Elmas il 29 agosto 2017 | Frame concesso da Sky Sport

Entusiasmo e voglia di sognare. D’altronde erano forti e genuini i sentimenti vissuti in quel momento, per una tifoseria ferita dall’addio di un certo Marco Borriello, che per certi versi ha rappresentato l’antitesi di Pavoletti: per l’ex Milan una sola stagione a Cagliari, 20 gol (tra Serie A e Coppa Italia) in valigia e via verso altri lidi, senza farsi troppi problemi. Quasi senza volersi immischiare più di tanto con una realtà tanto diversa dai lustrini e dal glam milanese cui era abituato. La sua eredità restava comunque pesante, con la società rossoblù che negli ultimi giorni di quel mercato estivo guardava verso Napoli per rinforzare l’attacco orfano del centravanti titolare. Sulla torre erano in due: Duvan Zapata o Leonardo Pavoletti, entrambi in uscita. Chi sarebbe arrivato alla corte di Rastelli? Alla fine fu il livornese a scegliere la Sardegna mentre il colombiano finì a Genova, sponda Samp. Un’operazione economicamente importante per il club rossoblù (10 milioni più 2 di bonus) definita a fine agosto 2017, in zona Cesarini o, per meglio dire alla luce di quanto accaduto, in zona Pavoletti. Il 29 le visite mediche a Roma e poi il bagno di folla – inaspettato per lui, come confessato a Diablo in PodCasteddu – in aeroporto. Il giorno dopo, 30 (cifra non banale) agosto, la firma e l’ufficialità del trasferimento di quello che, numeri alla mano, si è rivelato come uno dei più forti attaccanti che abbiano mai indossato la maglia del Cagliari, specie negli ultimi decenni. “Potevo venire altre due volte ma non andò bene, la terza è quella positiva e spero sia una super avventura. Nazionale? Sono qui per Cagliari e per il Cagliari. Sono qui per il progetto, per fare parte della storia di questo club”, disse Pavoletti nella conferenza stampa di presentazione. Parole che, a distanza di nove anni, fanno impressione: allora Fabio Pisacane era solo un compagno di squadra, ora è l’allenatore rossoblù. Come passa il tempo. Ma soprattutto perché spesso davanti ai microfoni i calciatori svicolano, rispondono con frasi fatte. Ora, a conti fatti, possiamo dire che Leonardo è ampiamente riuscito a mantenere quelle promesse, diventando con fatica e sudore un’icona del club rossoblù. Forse lontano dall’estetica di Borriello, ma ugualmente e tremendamente efficace, rappresentando quelle doti che ogni tifoso chiede ai suoi beniamini: etica del lavoro, appartenenza ai colori, abnegazione e rispetto per tutti.

Pavoletti alla presentazione da nuovo giocatore del Cagliari | Foto Sardegna Sport
Pavoletti alla presentazione da nuovo giocatore del Cagliari | Foto Sardegna Sport

Per me Pavoletti non è stato un supereroe. E bada bene Leo, non vuole essere un tentativo di sminuirti, anzi. Hai insegnato che si può lasciare un segno profondo nel cuore della gente anche essendo un uomo perbene, normale, che coniuga pregi e limiti come ognuno di noi fa ogni giorno. Però costruire, mattone dopo mattone, quel che lasci ai tifosi del Cagliari non è stato banale. Hai dimostrato con i fatti di essere un uomo semplice, onesto, con tanta voglia di far bene quello per cui ti hanno sempre pagato: fare gol. Pavoletti ha rappresentato l’icona di un centravanti vecchio stampo in un calcio in pieno mutamento, specialmente per quanto riguarda il modo di interpretare quel ruolo. Un 9 d’altri tempi, anche se il tuo numero nell’Isola è sempre stato il 30. Sempre e soltanto il 30, vero marchio di fabbrica. Mostrato con orgoglio per 231 gare ufficiali (dato Transfermarkt) con la maglia cagliaritana, con un bottino di 52 reti. Un orgoglio cresciuto via via con il tempo, insieme all’appartenenza a quei due colori già amati ai tempi del Genoa, espressione rossoblù di un’altra bellissima città di mare come Livorno e Napoli. Ma è con il rossoblù del Cagliari che hai saputo scrivere le pagine più belle della tua carriera. Una sentenza nel colpo di testa, ma pure in acrobazia: i palloni sporchi in area di rigore praticamente erano tutti tuoi, a prescindere dal valore dei difensori avversari, dall’amico Chiellini in giù. Grazie a quanto costruito nell’Isola ti sei conquistato la maglia dell’Italia, nonostante fossi “solo” il centravanti del “piccolo” Cagliari. Sette convocazioni e una sola presenza (26 marzo 2019), con immancabile gol al Liechtenstein pochi minuti dopo l’ingresso in campo: un fattore che ti ha inserito nel ristretto gruppo di calciatori rossoblù presenti nella classifica marcatori azzurra.

Leonardo Pavoletti stacca di testa in Venezia-Cagliari | Foto Valerio Spano

Un ottimo centravanti operaio, nel senso più nobile del termine, pronto a farsi in quattro per i compagni. E non è inutile retorica: questo per me è stato Pavoletti nei suoi oltre tremila giorni in rossoblù. Un goleador implacabile prima del doppio, maledetto infortunio al ginocchio sinistro tra 2019 e 2020, poi cecchino con reti “centellinate” al momento del bisogno. Quando servivi, caro Leo, tu c’eri. Da buon portatore sano di attributi, che la necessità fosse il battagliare contro gli avversari, far rispettare i giusti valori dentro lo spogliatoio o contro le critiche di qualche buontempone, perennemente scontento della propria esistenza. Leonardo Pavoletti è riuscito a essere l’uomo degli ossimori: sei stato sia gregario che leader, “sindacalista” e pure “dirigente” (più che allenatore) in campo. L’uomo dell’esempio da seguire, sia nei momenti belli che in quelli meno belli, per i giovani e anche per i compagni esperti. Tutto grazie alle tue doti innate di comunicatore: a te il compito, giusto per dirne una, di fare da anfitrione – o vocalist, per i più giovani – per il saluto a Claudio Ranieri, microfono in mano e mani alzate per caricare il pubblico rossoblù. A te anche il rito della prima conferenza stampa stagionale, delle prime parole in estate durante le varie presentazioni in piazza della squadra. Da Pejo a Chatillon, passando per Ponte di Legno, fino ad Aritzo e Costa Rei: quante battute e risate con il pubblico rossoblù, sempre con quel sorriso contagioso. Un capitano vero, anche se spesso “senza fascia”: di poca forma, ma tanta sostanza. “Non potevo scappare via nel momento complicato – dicesti l’8 luglio 2022, nella prima conferenza stampa dopo la tremenda retrocessione di Venezia – volevo dare un segnale forte al gruppo, alla piazza e alla squadra. Oltre alle parole volevo dimostrare che Pavoletti c’è anche con i fatti. Questo è il primo passo per la rinascita”.

Leonardo Pavoletti sul palco di Ponte di Legno durante la presentazione del Cagliari | Foto Centotrentuno
Leonardo Pavoletti sul palco di Ponte di Legno durante la presentazione del Cagliari | Foto Centotrentuno

Ed è per questo, Leo, che sei sempre stato il calciatore preferito dai cronisti al seguito del Cagliari. Sì, perché in un calcio mediaticamente sciapo ogni volta che avevi un microfono davanti a te ci hai regalato almeno un paio (alla sarda) di titoli. Il tutto nonostante abbia detto coram populo di non essere a tuo agio (“A me non piace stare sotto i riflettori, specie con il microfono in mano”, parole a Dazn dopo Cagliari-Torino). E pensa se ti fosse pure piaciuto! Però, controvoglia o meno, ti è toccato spesso farlo perché sei stato, specie dal 2022 in poi (ovvero da quando è stato investito della carica di capitano dopo la retrocessione di Venezia), la faccia da mandare in sala stampa quando il Cagliari perdeva, a maggior ragione se la sconfitta era pesante e dura da mandar giù. Per noi giornalisti era facile prevedere la tua presenza in quei casi, come nella tua ultima apparizione sul campo da capitano rossoblù. Tu, livornese doc mandato di fronte alla stampa di Pisa, dopo un indecente (sic!) 3-1 a favore dei padroni di casa, stra-ultimi in classifica e persino in inferiorità numerica per oltre un’ora. Lo si poteva considerare un plotone d’esecuzione sportivo, ma chi si aspettava sberleffi e attacchi “all’odiato nemico” da parte dei colleghi pisani è rimasto deluso: rispetto, sfottò e sensibilità per un leader sì ferito, ma sempre con la testa alta. Nonostante la pesantissima sconfitta e il rammarico per aver segnato quello che resterà l’ultimo gol con la maglia del Cagliari: tecnicamente molto bello, ma del tutto inutile ai fini del risultato.

Leonardo Pavoletti segna in acrobazia il gol in Pisa-Cagliari, il suo ultimo in maglia rossoblù | Foto Valerio Spano

E chissà quel gol quanta amarezza avrà provato il nostro Leonardo Pavoletti da Livorno per il contesto reale in cui si è concretizzato quel momento sognato e immaginato a lungo, con l’ennesimo ossimoro della soddisfazione di aver segnato al Pisa vanificata dal fatto di essere arrivato nella peggiore gare dei rossoblù di Fabio Pisacane, ma più in generale degli ultimi anni. Pavoletti ha rappresentato il centravanti del “contrasto”, essendo sia autore di gol pesanti – 15 gol vittoria su 52, su tutti quelli alla Fiorentina nel 2017-18, Frosinone e Sassuolo nel 2023-24, senza dimenticare ovviamente lo 0-1 di Bari dell’11 giugno 2022 – che pure l’ultimo a mollare nelle sconfitte. Su 12 delle 13 partite perse dal Cagliari in cui è andato a segno è stato anche l’unico a farlo: tranne in Cagliari-Genoa 2-3 del 15 ottobre 2017, ovvero la gara in cui ha firmato il primo gol con la maglia rossoblù. Curioso: alfa (Genoa, 2017) e omega (Pisa, 2026) nel suo ruolino di bomber rappresentano due ko. Esattamente 439 settimane di distanza, oltre tremila giorni come detto, un range aperto e chiuso senza sorriso in volto. Ecco perché Pavoletti rappresenta quasi un eroe tragico: quello che regge l’urto al vento che piega la sua squadra, ma con lui non ci riesce. Nonostante gli infortuni gravi che pure lo hanno colpito, ma mai abbattuto. Ci vedo un altro contrasto: di base un ginocchio che fa crac (due volte, nel tuo caso) rappresenta chiaramente una rottura, ma da questa rottura può crescere il rapporto con i tifosi. Un legamento che si spezza crea e fortifica un nuovo legame. E questo è successo tante volte nella storia del Cagliari. Chi dà un arto alla causa rossoblù, magari anche più volte, resta nel cuore dei suoi tifosi. È successo ovviamente con Gigi Riva (che Pavoletti non conobbe mai di persona, ma fu lui a alla morte di Rombo di Tuono a portare i fiori in rappresentanza della squadra nella camera ardente), poi con Bisoli (due infortuni a tibia e perone) e Dessena, fino a Melchiorri e Rog. È come se ogni ko cementasse il rapporto di appartenenza, come se l’imperfezione fisica si trasformasse in un rinforzo dell’anima. E poi quel gesto di spolverarsi le spalle che è diventato un vezzo ma pure un marchio identificativo, insieme ai gol di testa e quelli nel recupero. Bari è storia, ma pure Frosinone, Sassuolo e ancor prima Benevento (2017-18, sia all’andata che al ritorno).

Leonardo Pavoletti festeggia dopo la vittoria con il Sassuolo | Foto Luigi Canu

Leonardo Pavoletti è anche l’uomo del sorriso, della risata contagiosa. Ma pure della faccia corrugata e seria nelle cadute più dolorose. C’era a Venezia nel maggio 2022, il momento più nero dell’era Giulini. E ricordo benissimo quando nel gennaio 2020, poco prima che il mondo cadesse ai piedi della piaga Covid-19, gli toccò andare in conferenza stampa insieme a Cigarini per spiegare il suo secondo infortunio al ginocchio in pochi mesi. Avvenuto in circostanze tutt’ora, a distanza di oltre sei anni, poco chiare e frutto di mille gossip e rumors impazziti sui social di mezza Cagliari e non solo. Così come era in sala stampa a Pisa nel marzo 2026, ultimo atto della sua carriera da calciatore rossoblù. Con l’onore delle armi che gli è stato concesso dai giornalisti pisani, il tributo a un guerriero valoroso e che ha pagato un ingiusto prezzo al demone degli infortuni. “So che potrebbe essere l’ultimo anno, il ginocchio comincia a fare capricci ma ora faccio fatica a dire che sia l’ultimo. Lo capirò nei prossimi mesi, sarò il primo a dire se sarà il caso di fermarsi o se sarò in grado di giocare ancora”, disse a Ponte di Legno in conferenza stampa, aggiungendo: “Non voglio esprimermi sul mio stato fisico visto questo ginocchio, ma penso di poter essere comunque molto utile a questa squadra. E poi almeno un gol voglio farlo”. Detto, fatto. Proprio con il Pisa, rivale di una vita. “Almeno una volta mi piacerebbe giocare lì. Se dovessi segnare, a Livorno divento sindaco ad honorem”, aveva anche detto al collega e amico Giuseppe Boi sulle pagine del Tirreno. Il gol è arrivato, lo scranno di primo cittadino no: neppure ad honorem, peccato.

Leonardo Pavoletti prima del via di Cagliari-Frosinone | Foto Luigi Canu

Fa impressione parlare al passato prossimo di Pavoletti in chiave Cagliari. Eppure è arrivato quel momento, quello dei saluti. Dopo nove stagioni sarà strano non vederlo là, sul terreno verde con addosso qualcosa di rossoblù. Leo ha già ricordato di non essere il primo leader che lascia il rossoblù, con in aggiunta un futuro ancora da scrivere. “Ci siamo, dopo tanti anni di battaglie siamo giunti al termine. Tutto ha un inizio e una fine, sono stato amato e amo ancora tantissimo questo posto. Non penso sia la fine della mia vita cagliaritana, ma solo di quella calcistica. Con il Cagliari il calcio giocato è finito, si ripartirà ma intanto mi godrò l’estate con la famiglia e inizierò a capire quello di buono che ho fatto e quello che ho sbagliato. Mi prendo una pausa per valutare il mio futuro, chi vivrà vedrà”, ha confessato all’amico Diablo durante l’intervista a PodCasteddu. Poi sono arrivate le parole post Torino, al termine di una serata difficilmente dimenticabile per Pavoletti. “Sarei bugiardo a dire che non mi vedo con un ruolo nel Cagliari, ci sto facendo la bocca – ha detto nel post-partita –. Naturalmente si valuta e ci sono nuovi sviluppi in società e ora a salvezza raggiunta ci saranno le nuove valutazioni e mi diranno se avrò un ruolo in altre figure nel prossimo futuro. Il ginocchio fa male e spero con l’operazione di aver risolto anche se ora non sono così fiducioso, ma io vivo giorno per giorno e voglio rimettermi in forma. Poi se tra qualche mese in base al ginocchio valuterò e da lì capirò meglio il mio futuro”. Si vedrà, ora è presto per dirlo.

Leonardo Pavoletti saluta il pubblico di Cagliari | Foto Valerio Spano
Leonardo Pavoletti saluta il pubblico di Cagliari | Foto Valerio Spano

Il cerchio (da calciatore) tra Cagliari e Pavoletti si chiude dopo quasi nove anni. Da una salvezza all’altra, con in mezzo la retrocessione del 2021-22 e il successivo anno di purgatorio in Serie B. Da Rastelli a Pisacane, dall’Atalanta al Torino, con in mezzo emozioni, gol, risate e cadute. Finisce l’era rossoblù di Pavoloso, ma ne inizia subito un’altra. Le energie profuse da quasi un anno in ProLab, la nuova iniziativa imprenditoriale che lo vede protagonista da un annetto, probabilmente cresceranno ulteriormente, anche a scapito di un’eventuale prosecuzione della carriera da calciatore. Cosa farà Pavoletti dopo il Cagliari è ancora tutto da scoprire. Prima la pausa, per svolgere al meglio il mestiere di “babbo”, con due figli che non vedono l’ora di vivere più tempo possibile con il proprio idolo, già a partire dall’estate che sta per iniziare. Certo, nei momenti di forte nostalgia, per rivivere certe emozioni gli basterà aprire YouTube o Instagram, digitare “gol di Pavoletti”. Chissà, magari alla prima pioggia inattesa di maggio o giugno gli sembrerà di tornare al San Nicola, alle parole di Ranieri, a quella scarica di adrenalina che in acrobazia gli fece anticipare Zuzek su quel magico cross di Zappa dalla destra. Oppure alla faccia di Caprile nell’istante in cui venne freddato da un metro, al momento del triplice fischio dell’arbitro Guida. Chissà quanti e quali pensieri. Chissà se Pavo ripenserà alle prime parole dette ai microfoni di Sky Sport a fine partita: da quel “oppalà” nel rivedere le immagini della rete segnata, fino al giudizio sull’azione: “Non ne faccio tanti ormai perché son vecchio, però son stato bravino”. Giusto un po’, caro Leo. Quella spaccata ha certificato la sua iscrizione a pieno titolo nella storia del Cagliari. E nessun infortunio, nessun detrattore, nessun allenatore dotato di scarsa fiducia (qualcuno c’è stato…) gli potrà mai togliere questa soddisfazione.

Leonardo Pavoletti esulta dopo il gol vittoria di Bari | Foto Valerio Spano
Leonardo Pavoletti saluta il pubblico di Cagliari | Foto Valerio Spano
Il “pasillo de honor” tributato a Leonardo Pavoletti al termine di Cagliari-Torino | Foto Valerio Spano

Spero di poter dire di essere in pace verso il popolo sardo e poter dire che ho ripagato il mio pegno di amore”. Rispondiamo noi, Leo. La risposta è assolutamente sì. Quella di un uomo capace di entrare in connessione con quest’Isola, ma che soprattutto ha sempre mantenuto la parola data. E di questi tempi non è poco.

🎶 “Se la metti segna Pavoletti, se la metti segna Pavoletti”. 🎶

A si biri cun saludi, Pavo!

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