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L’Opinione | Da stella del Cagliari a capro espiatorio azzurro: giù le mani da Alessandro Romano

Alessandro Romano con la maglia della Nazionale durante Italia-Belgio | Foto Figc
Alessandro Romano con la maglia della Nazionale durante Italia-Belgio | Foto Figc
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Titoloni, pagelle umilianti e quello scomodo ruolo a metà tra il capro espiatorio e l’esempio plastico di un calcio italiano che invece che provare a risalire la china scende inesorabilmente sempre più giù. E lo diciamo, sempre con rispetto dei ruoli e degli anni di esperienza, a tanti tra i nostri colleghi delle testate nazionali: è molto facile ora sparare addosso ad Alessandro Romano. Il 20enne centrocampista di proprietà del Cagliari è finito al centro del tritacarne mediatico dopo l’esordio amaro dell’Italia del Mancini-bis contro il Belgio. Uno 0-2 che mortifica nel gioco e nel morale gli azzurri, tra cui lo stesso Romano cui il nuovo-vecchio ct ha dato le chiavi del centrocampo. È bastato un passaggio sbagliato a metterlo in croce, quasi come se i cecchini della critica non stessero aspettando altro. Prendendosela con lui invece che con chi, realmente, decide e tira le fila del calcio italiano (di cui fanno parte anche loro…).

“Tutta colpa sua”

Dalla stampa nazionale è arrivato un coro univoco contro la stellina del Cagliari. Giusto per fare qualche esempio: Luigi Garlando, prima firma della Gazzetta dello Sport, l’ha definita “Sindrome Pafundi”. Per Fabrizio Roncone del Corriere della Sera “questo Romano non è il nuovo Rodri. Toglietevelo dalla testa. Vale quello che vale”. Luca Calamai su TMW lo ha definito “immaturo”. Non parliamo poi dei voti: 4,5 per la Gazzetta, 5 per il Corriere dello Sport, altro 4,5 per Tuttosport. Per tutti il peggiore in campo. Opinioni personali, pertanto opinabili. E quindi opiniamo. Intendiamoci: non è nostro compito certamente difendere l’indifendibile, rappresentato da una prestazione globale dell’Italia assai deludente e, nel particolare, di un debutto comprensibilmente sottotono per il 2006 rossoblù. Il Belgio dell’ex Milan Mark Van Bommel, anch’esso profondamente rinnovato (dopo la delusione del mondiale americano), ha segnato un gol per tempo agli azzurri su due ripartenze ma più in generale ha costretto Donnarumma a una serata di grande lavoro, mentre sull’altro fronte Lammens ha fatto l’ordinario. Romano ha effettivamente perso il pallone che ha originato l’azione dello 0-1 firmato da Godts, su cui però a esser sbagliata è stata tutta la fase difensiva azzurra. Eppure la colpa è stata data solo al numero 4 del Cagliari, autore del passaggio intercettato a metà campo dal Belgio, con nessun compagno vicino a dettargli il movimento. E tanto è bastato per far passare l’ex Roma in poche ore dall’essere “il nuovo Rodri” ad “acerbo per certi livelli”. Ed è questo che stona, il giorno dopo la figuraccia dell’Italia. Romano non è stato messo in grado di fare quel che sa fare meglio e che ha mostrato in questo inizio di stagione in Serie A, né dal tecnico né dai compagni. Eppure tutti son pronti a dire che il processo di rinnovamento del calcio tricolore debba necessariamente passare dalla valorizzazione dei giovani talenti, ma gli stessi spesso dimenticano che all’interno del processo stesso è fondamentale inserire anche la possibilità di sbagliare per crescere. Così come, per fare un esempio a noi vicino, sta succedendo a Cagliari con la gestione di Fabio Pisacane. Al movimento azzurro servirà acquisire il prima possibile la consapevolezza che è finito il tempo dell’abbondanza di campioni in tutti i reparti, con dualismi che hanno fatto la storia. Così come sono necessari coraggio e programmazione, oltre a una nuova visione del domani e, soprattutto, una nuova umiltà. Non regge più il discorso “siamo l’Italia” inteso come un vanto, sono finiti quei tempi. Prima se ne accorgeranno tutti i vari attori in campo (federazione, calciatori e media prima ancora dei tifosi, forse gli unici consapevoli), prima si uscirà – forse – dal fosso in cui è caduto il pallone italico.

Serie A ed estero

Sono arrivate anche tante critiche al 4-3-3 scelto da Mancini, che non ha convinto nessuno, ma è soltanto lo specchio di un movimento che continua a privilegiare i “nomi” rispetto al talento. Tra i subentrati, giusto per fare un esempio, ha colpito la freschezza dell’ex Venezia Doumbia, passato in estate allo Sporting Lisbona. Non esattamente il Real Madrid, ma comunque una squadra che da anni gioca su tre fronti e riesce a valorizzare talenti. Ovvero tutto quello che non riesce più a fare la Serie A, rimasta nella Top 5 delle leghe europee soltanto per il blasone. Sempre più giovani calciatori italiani vanno a giocare all’estero, ma il “sistema Italia” continua a privilegiare chi resta e si forma nella Penisola, salvo poi continuare a dare spazio sempre agli stessi. Ma d’altronde parliamo dello stesso sistema che in poche settimane è passato dalle lodi agli atti di accusa verso Marco Palestra, reo di aver preferito il Chelsea (e i suoi soldi, indubbiamente) rispetto al restare in Serie A e accettare l’offerta dell’Inter. Ovvero la stessa squadra che domina in Serie A ma che ha anche inseguito per mesi il sostituto di Dumfries, passato al Real Madrid dopo cinque stagioni in nerazzurro, salvo poi prendere una riserva del Tottenham come Spence, già visto in Italia con la maglia del Genoa. Ormai è assodato: all’estero si gioca in modo diverso rispetto alla Serie A e, come detto, sempre più calciatori italiani espatriano per migliorare il proprio status. Tanto che 10 convocati su 34 militano all’estero, a testimonianza del trend. Provare a proporre qualcosa di differente, sfruttando l’esperienza internazionale di alcuni, sembrava possibile. Invece anche contro il Belgio gli azzurri hanno messo in campo un calcio vecchio e scialbo, con un tentato possesso palla sterile, puntando in avanti poi sulle imbucate degli esterni Cambiaghi e Kean, confinato sulla destra con Pio Esposito in mezzo. Ovvero un tridente formato da elementi non titolari nelle rispettive squadre di club. Altro che dualismi…

Salvate il soldato Romano

Già questo dovrebbe bastare a spiegare il momento storico degli azzurri. Ma è più facile per tanti soloni dare la colpa al Romano di turno, catapultato suo malgrado dentro una situazione forse più grande di lui. Bocciato senza appello dal tribunale social e, ancora più grave, da quello mediatico. Peraltro dopo una gara di base ordinata ma certamente macchiata dal passaggio sbagliato che ha originato il vantaggio belga. Su cui poi, a volerla dire tutta, la coppia di centrali Coppola-Mancini (alla prima gara insieme) ha commesso lo stesso errore scivolando su Godts che ha avuto gioco facile per impallinare Donnarumma. Nelle analisi nazionali si è messo in secondo piano il fatto che il 2006 di Winterthur abbia giocato in mezzo a Tonali e Barella – ridotti a due fantasmi, con l’interista autore del passaggio sbagliato che ha portato allo 0-2 di Lukiebakio – quando nel Cagliari ha stupito da mezzala al fianco di un vero play come Harry Winks. È dunque lecito pensare che dopo soli due mesi di lavoro in Serie A, impostato peraltro in una posizione diversa, Romano possa essere ancora non pronto per reggere sulle sue spalle la mediana dell’Italia. Ma infastidisce, da giornalista, vedere la leggerezza con cui alcuni colleghi hanno prima portato alle stelle l’ex Spezia definendolo il “nuovo Rodri”, salvo poi puntare subito il dito alla prima prestazione sbagliata. Il tutto in poco più di 24 ore. Immaginate quante risate staranno facendo ora in Svizzera, altra patria del mediano del Cagliari, giubilata calcisticamente in favore della maglia azzurra tra mille polemiche. Senza dimenticare il giudizio tranchant sul CorSera: “Se Gasperini, avendolo avuto a Trigoria, sotto gli occhi, tutti i giorni, ha deciso che potesse essere ceduto al Cagliari in nome di una plusvalenza persino modesta, un motivo ci sarà”. Andrebbero segnate queste parole, da tirar fuori al momento opportuno. Ovvero quando, magari, a fine stagione le big della A si faranno la guerra per accaparrarsi Romano come accaduto qualche mese fa con Palestra. Chissà.

Ripartire

Equilibrio e pazienza. Sono due virtù che mai abbastanza l’essere umano esercita ogni giorno. Specie nell’attività di tifoso. Ed è più che comprensibile, per carità. Stona però quando sono gli addetti ai lavori a non averne, così come lungimiranza e buonsenso. Noi non sappiamo che carriera avrà Alessandro Romano. Né a Cagliari, né altrove, né in azzurro. Certamente abbiamo però notato in lui delle capacità fuori dal comune, specie con la poca esperienza che porta con sé. Fino a qualche mese fa sembrava solo una potenziale promessa, conosciuta da chi segue il campionato Primavera 1 e pochi altri. Con la maglia rossoblù ha dimostrato di valere la grande fiducia riposta su di lui da Fabio Pisacane, che ha spinto tantissimo per averlo con sé dopo averci provato invano nelle ultime due stagioni. Una delle doti di Romano sembra fin qui quella di avere la testa sulle spalle, così come non si discutono i mezzi tecnici e fisici. Gli servirà tanto per uscire subito da questo loop di negatività in cui è stato trascinato suo malgrado. E per chiudere questo editoriale prendiamo in prestito le parole usate su Facebook dall’amico Marco Sebastiano Putzolu, allenatore dell’Under 14 del Budoni e in possesso del patentino Uefa A dopo un percorso di studi in Spagna. La sua fotografia è perfetta: “Forse il problema del nostro calcio è anche questo. Prima trasformiamo un ventenne in Rodri, poi pretendiamo che giochi come Rodri, infine scopriamo indignati che non è Rodri. Tutto prima ancora di concedergli il tempo di diventare Alessandro Romano. Poi ci chiediamo perché produciamo pochi giocatori capaci di sbagliare, rischiare e crescere. Continuiamo pure così: più facciamo fatica, più sentiamo il bisogno di trovare immediatamente qualcuno da mettere in croce. Almeno quello, a differenza del calcio, ci riesce ancora benissimo”.

Sipario.

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