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L’occhio del tifoso | Udinese-Cagliari, tra il sogno e il mantenere i piedi per terra

L'undici rossoblù sceso in campo in Udinese-Cagliari | Foto Valerio Spano
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Divagazioni semiserie di chi ci crede ogni volta. Diario emotivo di una passione imperfetta tra speranze e mugugni di un tifoso del Cagliari qualunque.

C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel giocare a pallone di sabato alle tre del pomeriggio. È l’orario sacro di chi è cresciuto con la radiolina incollata all’orecchio, le dita belle unte di focaccia e fette di mortadella o di prosciutto, quello buono, tagliato spesso per il pranzo della festa, prima che il moderno spezzatino televisivo trasformasse il rito del calcio in un infinito palinsesto a rate. Niente glamour e zero anticipi da copertina patinata: solo pane, sudore e pallone. La vera prova del nove non contro i soliti aristocratici del pallone ma contro una realtà tosta, spigolosa e abituata a lottare su ogni zolla.

Eppure, viverla dopo una settimana post Bergamo è stata una mezza tortura. Sette giorni interi, da sabato a sabato, a rimuginare: quando sei lassù a quota nove punti e il motore gira a pieni giri, vorresti rigiocare la mattina dopo. Invece ti ritrovi per sette giorni a fissare il vuoto, a rimirare la classifica manco fosse l’oroscopo di Paolo Fox e a fare i conti con quell’atavico tarlo isolano che continua a sussurrarti all’orecchio che è troppo bello per essere vero e temere la mazzata che ti spegne l’entusiasmo. Come se non bastasse, ci si sono messe pure le consuete scorie a complicare i piani: qualche distrazione di troppo alle prime luci dell’alba, sirene, lampeggianti azzurro blu, verbali, qualche bicchiere di troppo ben oltre misura, una patente che giustamente prende il volo lasciando a piedi un protagonista e quel chiacchiericcio mediatico extra-campo che rischia sempre di avvelenare l’aria dello spogliatoio proprio sul più bello.

E poi, immancabili per tutta la settimana fastidiosi come le mosche, eccoli lì: i Criticones da tastiera, quelli del lamento preventivo. Se ne stavano acquattati ma prontissimi ad aspettare il minimo inciampo per sbucare fuori tutti insieme. Per loro se vinci è solo una botta di fortuna, se perdi avevano già previsto la retrocessione il quindici di agosto sotto l’ombrellone. Gente a cui della partita importa poco o niente: conta solo trovare un bersaglio per sfogare la bile con l’indice alzato.

Peccato per loro, perché a Udine è andata in scena una di quelle battaglie che riconciliano con il senso più arcaico e nobile del gioco: elmetto calzato ben stretto sulla testa, trincea scavata con le unghie e sofferenza pura fino al triplice fischio. Tre vittorie consecutive, quattro successi su cinque gare. Questa squadra ha attributi veri: sa soffrire da provinciale affamata, incunearsi nei difetti altrui per farne forza propria e alternare la sciabola al fioretto, spazzando via senza vergogna quando serve e dando del tu al pallone quando c’è da costruire. La mano di Fabio Pisacane si vede tutta: nessuna presunzione, schiettezza disarmante e una squadra plasmata a sua immagine e somiglianza, forte anziché bella, perché se porti i quattro mori sul petto l’animo da battaglia non è un optional, è l’unico modo di stare al mondo.

A guidare la linea difensiva c’era lui: Yerry Mina, al rientro da titolare in versione Full Metal Mina. Il suo ritorno in campo era atteso con il fiato sospeso e accompagnato da un carico enorme di aspettative, puntualmente ripagate: cranio rasato a zero da marine, sguardo torvo e la riapertura ufficiale del grande teatro degli effetti speciali del nostro colombiano. Fastidioso, martellante, maestro nello spezzare il ritmo e innervosire gli avversari nei loro momenti migliori, ha spento sul nascere anche le velleità di quel campione di simpatia e fair play che risponde al nome di Nicolò Zaniolo, uno che notoriamente strappa sorrisi ed entusiasmo ovunque metta piede: tra un gesto di stizza e una protesta continua, è bastato il trattamento Mina & co. a fargli rimediare il consueto cartellino giallo e a convincere Runjaić a toglierlo dal campo prima che combinasse guai peggiori. La miglior forma del colosso colombiano arriverà, ma intanto uno con questo carisma sposta gli equilibri. Accanto a lui, Zé Pedro sembra l’amico d’infanzia dei campetti polverosi con le felpe arrotolate a far da pali: quando l’aria si fa pesante non fa complimenti, calcia la sfera a due quartieri di distanza pur di sventare i guai. Rodriguez fa la sua consueta battaglia fisica prima di cedere il posto a un disciplinato Sugawara, mentre Obert si conferma prezioso quando spacca il campo palla al piede, difettando solo dell’ultimo guizzo. In mezzo alla mischia Capitan Deiola commette qualche leggerezza ma blinda l’area nei minuti più caldi e resta un baluardo insostituibile in qualsiasi parte del campo sia.

In mezzo al campo, la manovra ha un cervello e due polmoni d’acciaio. Harry Winks è una delizia: tocco di velluto, intelligenza sopraffina e zero sbavature, detta i tempi e fa correre l’intera squadra. Al suo fianco, il freddo Alessandro Romano impressiona per lucidità da veterano prima di calare alla distanza, lasciando spazio all’esperienza di Gagliardini e preparandosi a volare in Nazionale. E poi c’è Michel Adopo: la pietra angolare della torre di Pisacane, un gigante duttile e silenzioso che cresce a ogni respiro, una pedina insostituibile che copre chilometri in entrambe le fasi senza arretrare mai. Con quella stazza imponente e rassicurante, Adopo è l’amico che vorresti sempre seduto al tuo fianco quando qualcuno al semaforo suona con troppa insistenza: basta che abbassi il finestrino, butti fuori lo sguardo e all’improvviso torna la calma più assoluta.

Davanti, Mendy – da non dimenticare classe 2007, appena due anni di calcio vero alle spalle – si batte a testa bassa contro i colossi friulani: il talento c’è, forse acerbo e ancora nascosto, e va protetto e accompagnato senza condannarlo agli errori di gioventù. Poi, esausto, cede il posto al lavoro generoso di Kevin Carlos, mentre nel recupero Fadera entra per allungare il fiato della squadra; entrambi si sono messi al servizio dei compagni con abnegazione, anche se da loro è lecito e doveroso attendersi quel guizzo in più che sappiamo benissimo appartenere al loro bagaglio e che vorremmo presto veder espresso in campo.

Ma il gol… il gol è un capolavoro d’opportunismo, come quei pranzi dove la cucina sembra spoglia e invece ti serve su un piatto d’argento una sontuosa, inattesa frittatona. Lo ha ammesso con onestà lo stesso Kosta Runjaić a fine gara: un regalo bello e buono, un pasticcio che a certi livelli paga dazio immediato. E lì, famelico, si è fiondato Daniel Maldini. Terzo centro consecutivo, convocazione azzurra in tasca e la risposta più seria e matura a una settimana da dimenticare fuori dal campo. Pisacane non ha avuto mezzo dubbio nel fidarsi della sua pulizia mentale e mandarlo dentro malconcio e incerottato, e Daniel ha ripagato con l’unica moneta che non mente: fame, istinto e palla nel sacco. Se non sei in totale buona fede, gol del genere non li trovi. A blindare il colpo, infine, ci ha pensato il nostro patrono laico: Elia Caprile.

Vero, nel primo tempo un brivido con i piedi fa sudare freddo, ma nella ripresa rimette la foto sul santino di famiglia con almeno tre interventi miracolosi, vanificando la mole di gioco friulana e facendo sbattere i padroni di casa contro una saracinesca invalicabile. Roberto Mancini farà le sue legittime scelte per la Nazionale maggiore, ma Caprile ha dimostrato a suon di prodezze che, per ora, la sua Nazionale siamo noi: una maglia che pesa e una certezza assoluta tra i pali.

Ora arriva la sosta per tirare il fiato, recuperare energie e oliare gli ingranaggi. Ci sediamo a guardare tutti dall’alto di dodici punti che valgono doppio, guadagnati con le stimmate di chi è stato forte prima ancora che bello. È sacrosanto che si sogni, soprattutto chi ha preso un aereo o una nave mettendosi il mare alle spalle solo per star vicino alla squadra: chi tifa Cagliari si nutre di queste domeniche e ha il dovere morale di godersi ogni singolo battito di questo avvio da favola. Dentro lo spogliatoio, però, testa bassa e barra dritta sulla salvezza, senza mezza distrazione. Questo tesoretto ce lo teniamo stretto al petto come scorta per l’inverno, fieri di una squadra che sa soffrire unita e guardarsi negli occhi senza maschere. Perché le stagioni sono lunghe, il mare prima o poi tornerà a ingrossarsi e noi sappiamo fin troppo bene da dove veniamo; ma intanto il cuore batte forte, le tasche sono piene e il viaggio continua. Per le chiacchiere e i processi c’è sempre tempo; per tutto il resto, a noi basta e avanza la voce del campo.

Massimo Piras

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