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L’occhio del tifoso | Cagliari, cronaca di una vittoria in trasferta a Bergamo

Paul Mendy in Atalanta-Cagliari | Foto Valerio Spano
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Divagazioni semiserie di chi ci crede ogni volta. Diario emotivo di una passione imperfetta tra speranze e mugugni di un tifoso del Cagliari qualunque.

Intanto sfatiamo subito una leggenda metropolitana dura a morire: non è affatto vero che la nostra lingua sarda sia la più ostica e indecifrabile d’Europa. Chiunque lo sostenga non ha mai provato ad ascoltare un tifoso bergamasco della val Seriana che mastica amaro all’uscita dai cancelli dopo novanta minuti andati di traverso. Lì le consonanti si aggrovigliano in un idioma che sfugge a ogni mappa linguistica conosciuta: a confronto, persino le nostre espressioni più strette dell’interno sembrano una declamazione da salotto letterario. Ma facciamo un passo indietro. Per un tifoso del Cagliari che arriva a Bergamo c’è subito lo shock delle strutture. Metti piede nel bellissimo e futuristico Gewiss Stadium ed entri dritto in un salotto tirato a lucido: seggiolini ergonomici, acciaio scintillante, servizi igienici che profumano d’Europa e una visuale perfetta da teatro dell’opera, avvolta da quell’atmosfera solenne in cui ti sembra quasi di sentire nell’aria il ritornello della Champions League, roba da mercoledì di coppa in cui cancellare ogni impegno sull’agenda e a cui noi non siamo purtroppo abituati.

Ti guardi intorno, tra lo spaesato e l’incredulo, pensi a casa e ti scappa un sorriso affettuoso per la nostra gloriosa Domus: quel capolavoro d’ingegneria provvisoria fatto di tubi innocenti e bulloni serrati a mano, ormai monumento storico regionale, e noi tifosi in perenne attesa di uno stadio vero che forse vedranno solo i pronipoti della generazione Alfa. Però il pallone rotola alla stessa maniera ovunque, ben lontano dai plastici di presentazione e dalle promesse; e soprattutto, lassù tra i colli orobici, forse si aspettavano di veder sbarcare una comitiva di vacanzieri fuori tempo massimo. Li sentivi già i mormorii prima del fischio d’inizio: «Ma sì, questi arrivano dal mare tutti abbronzati, birretta fresca in mano e ciabatte ai piedi… stasera è sabato sera, li asfaltiamo e li rimandiamo a casa subito con il primo traghetto». Errore madornale. Quella tintarella e l’aria rilassata nascondevano una fame feroce, compattezza vera e una voglia matta di rovinare la festa a domicilio. Li chiamiamo la Banda Pisacane, e il termine «banda» calza a pennello non per mancanza di disciplina, ma per quella complicità da brigata organizzata, dove ognuno si butterebbe nel fuoco per coprire le spalle al compagnodi battaglia. A fare da cassa di risonanza a questo gruppo ci hanno pensato gli oltre seicento cuori rossoblù stipati nel settore ospiti: gente salita con traversate odisseiche in traghetti con l’aria condizionata rotta da secoli o sardi trapiantati al nord con la solita nostalgia canaglia nel petto, novanta minuti di cori incessanti che si sentivano fin sulle Mura di Città Alta. Sappiamo tutti come è finita al fischio finale: uno a due per noi. Nove punti dopo quattro giornate. Nove. Stropicciamoci gli occhi, riguardiamo bene la classifica: NOVE. Guardarla oggi provoca le vertigini, di quelle belle che ti fanno camminare a un metro da terra per tutta la settimana. Con buona pace delle raffinate teorie tattiche di Maurizio Sarri, rimasto a masticare amaro a bordo campo mentre cercava di spiegarsi come la sua scacchiera perfetta fosse finita gambe all’aria davanti a tanta sfacciataggine isolana. La trama del match è stata solida. Inizio con personalità da vendere: manovra corale, strappo prepotente sulla corsia di un Adopo formato treno ad alta velocità e palla al bacio per Mendy, che quando vede nerazzurro orobico si trasforma in una sentenza implacabile e la butta dentro senza pietà. Vantaggio nostro, gelo sui gradoni di casa. Po peròi tocca pagare il dazio inevitabile all’iper-tatuato Scamacca, bravo a trovare la zampata dell’uno a uno in un azione barrosa che avrebbe spento l’entusiasmo di chiunque. Di chiunque, ma non di questa Banda. Dietro la squadra si ricompatta e tiene botta con ordine: Caprile risponde presente quando serve, Rodriguez e Obert presidiano le rispettive zone di campo senza concedere sconti e Zé Pedro mette la museruola a Rowe prima di dover alzare bandiera bianca per una botta alla mano. Ed è proprio dal suo stop forzato che scatta l’ora del debutto per Yukinari Sugawara: spezzone generoso per certificare che il nostro samurai ha tocco educatissimo, disciplina ferrea e zero paura della mischia. In mezzo, la calma da lord inglese elegante di Winks e l’estro purissimo di Alessandro Romano tengono viva la manovra: un gioiello vero, come ha ricordato il mister a fine gara elogiando chi lo ha cresciuto e dedicando un pensiero commosso al momento difficile di Roberto Muzzi. Poi, finalmente, l’episodio che riscrive il sabato sera. Deiola – ormai trasformato in un baluardo difensivo che va su ogni pallone aereo con la determinazione di chi deve difendere il cortile della casa di San Gavino – si getta nella mischia e con pura caparbietà si procura il penalty del sorpasso.

È lì che il tempo si ferma. Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, cantava De Gregori. E Daniel Maldini, l’ex di turno bersagliato da una tempesta impietosa di fischi piovuta dall’intero stadio, non ha minimamente tremato. Senza indugiare si è preso un pallone pesantissimo, si è diretto fiero verso il dischetto, ha chiuso gli occhi, ha tirato e d’incanto ha zittito il boato ostile, spiazzando il portiere con una freddezza glaciale. Si dice e si canta che non sia da questi particolari che si giudica un giocatore, ma caricarsi sulle spalle una simile responsabilità sotto una curva nemica racconta di personalità vera, coraggio e attributi d’acciaio. Il finale è stato pura apnea, gestione e l’ormai consueta trincea d’ordinanza: Kofler, altro giovanotto interessante della Banda, a svettare nella calca dell’area piccola; il rientro di un volenteroso Kevin Carlos a stringere i denti per la maglia e cercare di far salire la squadra; e mister Pisacane a dirigere le operazioni con quel sacro furore di chi, come ha detto ai microfoni in sala stampa nel post-partita, vuole prima di tutto rendere orgogliosa la sua gente, ricordando che giocando l’uno per l’altro si può essere davvero fastidiosi per chiunque. Espugnare Bergamo con questa personalità spazza via d’un colpo ogni scetticismo della vigilia. Ci teniamo strettissimi i nove punti, salutiamo con rispetto il moderno salotto del Gewiss Stadium di Bergamo e rientriamo a casa a goderci una sosta tanto dolce quanto meritata: il tempo di tirare il fiato e stappare una birretta ghiacciata con lo sguardo perso nel blu del Poetto, prima di rifare i bagagli per risalire ancora una volta verso il profondo nord di Udine. Un banco di prova ostico, ruvido e insidioso, che tuttavia non dovrà spaventare una Banda ormai padrona della propria identità e forte di un’anima smisurata. A un patto, però: vietato specchiarsi e cedere alle lusinghe della vanità. Serviranno lo stesso rigore, la stessa fame e una lucidità chirurgica dal primo all’ultimo istante. E mentre le squadre riguadagnavano gli spogliatoi, dal nostro settore ospiti si levava compatto l’unico verdetto che conta davvero per chi porta questa fede nel petto, scandito a squarciagola fino a consumare la voce: «Vi vogliamo così, vi vogliamo così!».

P.S.: Al di là dei tre punti e delle classifiche, la vera vittoria della serata è tutta negli occhi lucidi di Yael Trepy mentre raccoglie l’affetto sconfinato dei tifosi. Vederlo sorridere sotto gli applausi ha scaldato il cuore a tutti. Un assaggio di quello che sarà: perché quel tributo diventerà un boato vero e assordante di gioia quando lo riabbracceremo sul prato verde. A presto, ragazzo.

Massimo Piras

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