Cagliari, abbiamo un problema. E bello grosso. Un due a zero secco, spietato, triste ed incassato contro un Bologna francamente normalissimo, scolastico, che in campo aveva lo stesso sapore e lo stesso brio di un piatto di tortellini in bianco serviti nel menù dell’ospedale. In novanta minuti non siamo stati capaci di mettere insieme nemmeno l’ombra di una conclusione minimamente insidiosa. Molli, molli, molli e insopportabilmente molli.
Sgombriamo subito il campo dalle solite, stantie retoriche. Dopo la scoppola colossale presa a Monza, il ritorno a casa in questo ventoso sabato pomeriggio cagliaritano somigliava molto di più a un antico trauma infantile che a un film epico. Avete presente quando, a scuola, i professori convocavano i genitori per certificare un disastro, tipo un compito consegnato in bianco o una nota da sospensione? Il viaggio di ritorno in macchina era avvolto in un silenzio teso, di piombo, senza che volasse mezza parola. Varcata la soglia di casa, la mamma sarda non ti faceva grandi discorsi motivazionali sulla resilienza o sul mindset. Ti prendeva per un orecchio e sfoderava quella frase a metà tra l’interrogatorio della polizia scientifica e la psicanalisi spiccia: “Nara a mamma”. Dimmelo, diglielo a mamma… con quel tono risoluto che non ammette repliche. Spiegami cos’hai combinato, perché non ha senso.
Ecco, il prato della Domus oggi doveva essere il tavolo della cucina di casa. I tifosi sugli spalti e quelli a casa volevano semplicemente prendere la squadra per l’orecchio e si aspettavano di vedere il linguaggio del corpo di chi ha l’orecchio ancora rosso e lo sguardo basso e colpevole di chi sa di averla combinata grossa, ma che poi, al fischio d’inizio, lo rialza di scatto, trasformando il rimorso in rabbia agonistica per andare ad azzannare le caviglie ai primi della classe.
E invece, il Cagliari ha preso fin troppo alla lettera il concetto dello sguardo basso, dimenticandosi però di rialzare la testa. Ci siamo presentati in campo timidi, contratti, mettendo in scena un primo tempo talmente soporifero che l’unico, vero scontro ad alta quota è stato puramente tricologico. Da una parte Theate del Bologna, dall’altra il nostro Massolin, due giocatori capelloni con ciuffi così vaporosi da far sorgere il legittimo sospetto che nel tunnel degli spogliatoi si fossero scambiati consigli su quale balsamo usare per dare volume ai capelli, più che sguardi di sfida. Una gara a colpi di phon nel bel mezzo di una noia da sala d’aspetto della parrucchiera.
Nella ripresa, la sperata sfuriata non è mai arrivata. I cambi non sono stati incisivi e, di fatto, non hanno inciso di un millimetro, rivelandosi del tutto trasparenti. Il Bologna, col minimo sindacale, ha ringraziato, palleggiato e chiuso la pratica. Noi non abbiamo sporcato i guantoni al loro portiere nemmeno per sbaglio. Diciamolo chiaramente: se lunedì a Monza avevamo il fondato sospetto che la squadra non fosse mai scesa dal pullman, oggi abbiamo la certezza matematica che sia rimasta rintanata dentro lo spogliatoio perché fuori faceva troppo vento.
La sbronza delle prime giornate è ufficialmente finita e ora subentra il timore, quello vero, quello che ti blocca le gambe specialmente guardando a un calendario imminente a dir poco proibitivo. È la fine spietata di un’illusione. Un po’ come quando, alle sagre di paese di tanti anni fa, arrivavano le giostre: salivamo felici ed esaltati sui dischi volanti volando altissimi, ma quando il giro finiva, per quanto continuassimo a tirare su e giù freneticamente la cloche di comando sperando nel miracolo, la discesa verso il basso diventava inesorabile e toccava scendere in fretta che dovevano salire gli altri con le tasche piene di gettoni.
La tirata d’orecchie non è servita a nulla. Di fronte a un avversario che chiedeva solo di essere aggredito, morso e azzannato, la squadra è rimasta muta, incartata nelle sue stesse paure. L’esame di riparazione a casa è andato pure peggio della gita in Lombardia, da stasera siamo ufficialmente in castigo, dritti dietro la lavagna, e la sensazione è che sarà un castigo parecchio lungo. A meno che – e da tifosi abbiamo il patologico obbligo di crederci – la squadra non decida di resettare tutto in fretta, strappare la nota sul diario e ribaltare la cattedra già dalla prossima partita.
P.S. Ah, a Modena ha segnato ancora Belotti. Chissà come fa a calciare così forte con le stampelle.
Massimo Piras






















