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Addio al calcio, Pavoletti: “Qui sono a casa. Ho detto addio al calcio, ma lascio una porta aperta”

Leonardo Pavoletti saluta il pubblico di Cagliari | Foto Valerio Spano
Leonardo Pavoletti saluta il pubblico di Cagliari | Foto Valerio Spano
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La lettera di Leonardo Pavoletti a “Consapevolezze” nella quale parla della sua carriera al Cagliari. Di seguito uno stralcio del lungo messaggio.

Casa
“Cagliari è casa. È la sensazione di aver trovato il proprio posto nel mondo e di non avere bisogno di cercare altro. Cagliari è l’unione tutta sua del popolo sardo. È l’occhio attento e penetrante della sua gente, che prima di accettarti ti deve studiare e capire. Perché una volta che entri a far parte della loro famiglia, sarai per sempre loro figlio. Ci ho passato 9 lunghi anni. Anni in cui tutto ha trovato senso, un passo alla volta. Anni che hanno raccontato e racchiuso tutto. Una prima stagione dura, in cui ho faticato a legare con la città e a creare rapporti, con ritiri punitivi e una salvezza arrivata all’ultimo. Quella successiva, fatta di gol, Nazionale e la nascita del mio primo figlio. E poi il crociato rotto due volte, i cambi di allenatore, la retrocessione. Sento ancora il buio, la tristezza, la pesantezza di quel giorno. Il silenzio. Noi seduti su un battello per tornare dallo stadio di Venezia. I compagni che piangevano. Quel senso di fallimento. Mi sentivo responsabile. Dovevo riportare il Cagliari in A”

5 minuti
“Bari, 11 giugno 2023. Se vinciamo, torniamo in A. Non aspettavo altro, ma Ranieri mi tiene in panchina. Quella maledetta panchina, come quando ero ragazzo. Sono incazzato. Il tempo scorre, 0-0. Entro solo all’89’. Ma la vita me lo ha insegnato, ogni minuto può essere importante. Mi sono allenato per questo. Cross dalla destra, ci arrivo prima di tutti. 0-1, siamo in Serie A. Tutto riassunto in 5 minuti. 5 minuti. Ora capite perché per comprendere quel gol era necessario partire dall’inizio?”

Il pescatore
“Oggi sono sereno. Ho deciso di dire addio al calcio. Anche se una piccola porta la lascio ancora aperta. Chissà, non si sa mai. Ma al momento, sto bene così. È iniziata una nuova pagina della mia vita. Ogni tanto sono impaziente, vorrei già sapere come andrà, leggere il finale di quella pagina. Ma la vita mi ha insegnato ad avere pazienza. E me l’ha insegnato un libro che mi avevano regalato ai tempi di Lanciano. “Il vecchio e il mare” di Hemingway. L’ho riletto a distanza di anni. Mi è servito per comprendere che uno dei doni più preziosi che possiamo fare a noi stessi è l’imparare a vedere e apprezzare ciò che abbiamo. Spesso sprechiamo troppo tempo a preoccuparci di ciò che non c’è o che potrebbe esserci nella nostra vita, dimenticandoci del resto. E, intanto, il tempo scorre. Ho imparato a farlo. A essere un po’ come quel pescatore, nei suoi viaggi in mezzo alle onde. A vivere, perché tutto mi servirà. A rimanere me stesso, il livornese di scoglio. Con mia moglie, i miei tre figli. La mia squadra per la vita. E con il mio mare, che ora ho qua davanti in questa giornata di autunno. Io, lui e i miei pensieri. E quel ragazzino che pensava che non avrebbe fatto nulla di buono. Un po’ di pazienza, il bello arriverà. Ed è arrivato, vero Leo?”

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