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L’Analisi Tattica | Bastoni e coperta corta, per il Cagliari l’Inter è una lezione

Alessandro Bastoni e Michel Adopo durante Cagliari-Inter | Foto Valerio Spano
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La prima sconfitta casalinga del Cagliari contro l’Inter ha messo in mostra pregi e difetti sia tecnici che tattici dei rossoblù di Fabio Pisacane. Una gara dai due volti, con un primo tempo di dominio sostanziale dei nerazzurri – consolidato nella parte finale della ripresa – e una seconda frazione che, soprattutto nella fase centrale, ha visto il Cagliari provare a mettere in difficoltà la squadra di Cristian Chivu, riuscendoci potenzialmente, ma senza impensierire praticamente mai la porta di Martinez. Tolto il palo colpito da Folorunsho su azione da calcio d’angolo, infatti, pur avendo sistemato strategicamente la partita gli uomini di Pisacane non sono riusciti a creare pericoli. Bicchiere mezzo vuoto guardando alla gestione del possesso dell’Inter e al poco coraggio offensivo dei primi 45 minuti, bicchiere mezzo pieno guardando a come i rossoblù siano rimasti dentro la sfida fino alla fine e a come siano riusciti a correggere in corsa i problemi del primo tempo.

Baricentro
Pisacane ha cambiato soltanto un giocatore rispetto alla vittoria di Lecce, ma pur se la modifica è stata minima negli uomini è stata evidente nella strategia e nell’atteggiamento. Fuori Prati e dentro Zé Pedro, con il 5-3-2 in fase di non possesso rimasto identico a quello della gara contro i salentini, ma con interpreti e attitudini diversi. Intanto perché nella linea a cinque in copertura si è passati da Mina come centro destra, Luperto come centrale e Obert come centro sinistra allo slittamento dello slovacco da quinto (al posto di Folorunsho) e al conseguente scivolamento di Mina al centro e di Luperto come braccetto mancino, con Zé Pedro a completare il terzetto e Palestra confermato sulla corsia di destra. Poi perché la rinuncia a Prati ha sí aggiunto centimetri e fisico davanti alla difesa con Deiola, ma allo stesso tempo tolto qualità e pulizia nelle uscite senza la presenza del mediano ravennate. Infine le caratteristiche di Zé Pedro, più difensive rispetto a Palestra, hanno portato a un 4-4-2 in fase di possesso che è rimasto soltanto nelle idee senza trasformarsi nei fatti, con Palestra alto (e non Adopo) a destra, Folorunsho confermato a sinistra (ma senza compiti di copertura) e la coppia di mediani tutta corsa e fisico e meno “geometrica”.

Il Cagliari, fin dalla prima fase dell’incontro, ha messo in campo un atteggiamento più attendista rispetto alle precedenti gare. Costretto probabilmente dalla natura dell’avversario, ma allo stesso tempo dalle caratteristiche degli interpreti schierati, il 5-3-2 in non possesso è stato confermato, ma con un blocco decisamente più basso. La necessità di chiudere le linee di passaggio e di coprire le giocate da quinto a quinto dell’Inter è stata forse la ragione di una scelta che, però, non ha dato modo di sviluppare transizioni verticali rapide a causa del troppo campo da percorrere verso l’area nerazzurra.

La costruzione ha pagato allo stesso modo una strategia più conservativa. Se nelle intenzioni di Pisacane, come confermato nelle dichiarazioni post gara, c’era l’idea di passare in possesso dal 5-3-2 al 4-4-2, nei fatti spesso e volentieri la linea a cinque è rimasta tale anche nella prima costruzione. Palestra si alzava sì di qualche metro, ma senza che Zé Pedro ne prendesse il posto allargandosi come terzino e senza che ci fosse un effettivo innalzamento collettivo del baricentro.

Quando l’Inter costringeva i rossoblù alla costruzione dal basso, la costante vedeva il Cagliari gestire il pallone non con il 4+1 o 4+2 già visto nelle precedenti gare, ma bensì a rimanere cristallizzato in un 5+1 che contemporaneamente non dava soluzioni né centralmente né sugli esterni, con uno sbilanciamento sostanziale a sinistra causato dall’allargamento di Folorunsho senza che sul lato opposto Palestra completasse la “simmetria”.

Soltanto a tratti nel primo tempo il Cagliari è riuscito a mettere in atto l’idea di una costruzione 4+1, con la trasformazione del 5-3-2 generale in un più propositivo 4-4-2. Zé Pedro, però, non garantiva la spinta data ad esempio da Palestra a Lecce e anche il giro palla risultava lento e scolastico a causa dell’assenza di un equilibratore come Prati.

Chiave Bastoni
Da Gallo-Sottil a Bastoni-Mkhitaryan, da un accorgimento tattico per ribaltare le difficoltà in punti di forza al ritardo nel trovare la soluzione a un problema chiaro fin dai primi minuti. Se da una parte resta la differenza evidente di qualità tra la coppia del Lecce e quella dell’Inter (alla quale vanno aggiunti tutti quei giocatori che nelle rotazioni e nella densità andavano ad alimentare la zona di possesso nerazzurra), dall’altra resta da capire se la criticità nell’aggiustare la fase difensiva – intesa in toto e non solo nella retroguardia – sia da attribuire a carenze dei singoli o a una strategia tattica deficitaria.

A rendere difficile la gestione della fase di non possesso per il Cagliari è stato senza dubbio Bastoni. I rossoblù, ad esempio contro la Fiorentina, di fronte alla difesa a tre degli avversari hanno deciso di lasciare libertà in costruzione al braccetto sinistro, chiudendo le linee di passaggio verticali e le opzioni di giocata dei triangoli tra quinto e mezzala oltre alla densità nella zona di rifinitura centrale. Con Bastoni che, però, per qualità tecnico-tattiche è il regista difensivo dell’Inter, ecco che la libertà concessa al nazionale azzurro si è rivelata controproducente. Bastoni ha infatti potuto scegliere per tutto il primo tempo tra conduzione in solitaria fino ai 30 metri del Cagliari o tra combinazioni con Carlos Augusto e la mezzala di parte per liberare i cross dall’esterno.

Ad avere maggiori problemi nella gestione del non possesso è stato Adopo. Il centrocampista francese si è spesso trovato nella difficile scelta tra andare ad accorciare su Bastoni o andare in marcatura su Mkhitaryan, con la terza opzione ulteriore di dover schermare la linea di passaggio verticale verso chi tra Lautaro e Thuram andava ad occupare il mezzo spazio alle sue spalle.

La costante della prima frazione è stata chiara. L’Inter con libertà in costruzione sul centrosinistra con Bastoni, Esposito a controllare a uomo Calhanoglu, mentre Palestra era concentrato più sulla copertura su Carlos Augusto che sull’aggressività. Adopo, dal canto suo, restava così in mezzo tra il controllo di Mkhitaryan e l’accorciare proprio su Bastoni. Una volta che il braccetto di sinistra nerazzurro riceveva attraverso il giro palla che partita da destra, aveva la possibilità di condurre in solitaria quasi fino alla trequarti, con la mezzala di parte ad allargarsi, Carlos Augusto a schiacciare Palestra sull’esterno e una delle due punte ad andare sul mezzo spazio per evitare la rottura della linea da parte di Zé Pedro, anche lui “costretto” a restare basso per controllare lo spazio di riferimento.

In alcune situazioni è apparsa abbastanza chiara la possibilità di mettere in campo una maggiore aggressività attraverso alcune scalate, ma senza che questo si tramutasse nei fatti. Zé Pedro è rimasto comunque a copertura del corridoio del centrodestra difensivo, senza accorciare per dare ad Adopo un aiuto nella scelta dell’accoppiamento tra Bastoni e Mkhitaryan (o Barella quando ruotavano). La strategia evidente del Cagliari è stata, dunque, quella di prevenire eventuali pericoli invece di correre rischi in possibili uno contro uno, senza dunque lasciare Mina e Luperto soli a fronteggiare Lautaro e Thuram e andando a coprire i mezzi spazi contro eventuali inserimenti senza palla degli interni di centrocampo, oltre alla difesa delle corsie laterali per non pagare le giocate da quinto a quinto “inzaghiane” che restano ancora oggi valide nell’Inter di Chivu.

Cambio
La difficoltà evidente della prima frazione ha visto il Cagliari provare comunque a tratti a cambiare strategia anche nei primi 45 minuti. Una sorta di premessa di quanto poi visto dopo l’infortunio di Belotti e l’ingresso di Prati e, soprattutto, con l’avvio della ripresa e i l’ingresso successivo di Felici e Gaetano.

Raramente, ma in alcuni frangenti i rossoblù hanno cercato di sistemarsi in maniera differente nella gestione della fase di non possesso anche nel primo tempo. Con Esposito sempre accoppiato a Calhanoglu, ecco che Adopo non restava basso a protezione della propria zona, ma andava ad accorciare su Bastoni impedendo così la libertà in conduzione al nazionale azzurro e chiamando alle proprie spalle Zé Pedro nell’accoppiamento con la mezzala di parte, in questo caso Mkhitaryan. Ovviamente questa strategia lasciava l’uno contro uno alle spalle della mediana, con Mina e Luperto senza copertura ulteriore e in marcatura sul duo Thuram-Lautaro. Diventava così fondamentale il sacrificio di Folorunsho che, con Obert impegnato su Luis Henrique, era costretto a chiudere il mezzo spazio del centrosinistra difensivo seguendo eventuali inserimenti di Barella.

Con l’infortunio di Belotti arriva il momento di Prati, un cambio in apparenza conservativo, ma che di fatto sistema immediatamente la maggiore criticità del Cagliari. Fin dai primi secondi dopo il suo ingresso il classe 2003 ravennate cambia l’inerzia della fase di non possesso. Folorunsho prende il posto di Esposito su Calhanoglu, ma se prima Adopo restava tra due fuochi in mezzo tra Bastoni e Mkhitaryan, con Prati ecco che il centrocampista francese cambia atteggiamento e compiti andando alto sul braccetto sinistro dell’Inter. Questo perché se fino a quel momento Deiola aveva svolto compiti di copertura davanti alla difesa, con Prati in campo il mediano dei rossoblù si alza per andare a marcare la mezzala nerazzurra, lasciando così i difensori nell’uno contro uno alle sue spalle.

Il rinnovato atteggiamento più aggressivo si ripete anche a inizio ripresa, quando gli accoppiamenti sono ormai cristallizzati. È Akanji a essere lasciato libero sul lato destro, mentre Adopo continua a salire su Bastoni, Palestra è più aggressivo su Dimarco – e protetto alle spalle da Zé Pedro – e Prati, soprattutto, si alza sulla mezzala di parte.

In alcune situazioni è Prati a restare più basso a protezione della difesa, ma senza che manchi l’aggressività nella zona del trio Bastoni-Mhkitaryan-Dimarco. Adopo va sul braccetto sinistro, Palestra è molto più alto sull’esterno mancino, mentre È addirittura Zé Pedro ad attaccare in marcatura il centrocampista armeno.

Con l’ingresso in campo di Gaetano e Felici il Cagliari modifica ancora una volta la disposizione in fase di non possesso andando ad accettare maggiormente gli uno contro uno in zona difensiva. Una soluzione che avrà come conseguenza un atteggiamento più propositivo, ma anche diverse occasioni concesse in transizione all’Inter. Per questo la strategia della prima frazione, più conservativa, non può essere contestata a priori perché la ripresa ha confermato quanto un’aggressività e un baricentro più alto potessero comportare molti più rischi, senza peraltro una pressione offensiva che potesse andare oltre il semplice dominio territoriale comunque privo di occasioni concrete.

La vera novità della parte centrale del secondo tempo è stata la libertà concessa in costruzione a De Vrij. L’olandese rappresentava senza dubbio il meno pulito tra i centrali dell’Inter nella prima costruzione, così sia Esposito che Gaetano non si occupavano del centrale ma piuttosto uno di Calhanoglu e l’altro della chiusura delle linee di passaggio nella zona di Bastoni.

I gol
Prevenzione o rischio, il risultato non è cambiato nei numeri. Un gol subito per ogni strategia, entrambi figli di disattenzioni individuali.

La rete del vantaggio dell’Inter arriva con la difesa del Cagliari schierata, ma con un blocco troppo basso che “invita” gli attaccanti nerazzurri dentro l’area. Un gol figlio della possibilità di Bastoni di attaccare la zona destra della difesa rossoblù, di accoppiamenti sempre un secondo di troppo in ritardo e della successiva libertà del braccetto dell’Inter di eseguire il cross. Nonostante ciò, il Cagliari avrebbe la possibilità di evitare la rete, non fosse per l’errore individuale di Obert che non disturba Lautaro nella contesa aerea permettendo il facile colpo di testa da pochi metri.

Il raddoppio nasce da una rimessa laterale in zona d’attacco sulla quale la fase difensiva del Cagliari è tutt’altro che perfetta. Lautaro imbuca facilmente per Calhanoglu, con Mina troppo distante dal turco e rimasto a protezione dei sedici metri. Posizionamento comunque che può essere accettato, mentre è evidente la distrazione di Adopo che non anticipa il movimento abbastanza scolastico di Dimarco a chiudere il triangolo lungo. In mezzo all’area, sul lato opposto, Esposito è accoppiato a Idrissi e Luperto, più al primo che al secondo.

Una volta che Dimarco riceve da Calhanoglu e arriva sul fondo, ecco che Esposito si stacca da Idrissi chiamando il pallone arretrato in diagonale del compagno. Il terzino rossoblù, come sempre capita in questi casi, è fisiologicamente attratto dalla protezione della propria porta e non segue il contromovimento di Esposito. Sul pallone tagliato di Dimarco c’è anche la scelta di Luperto di ritirare istintivamente il piede per evitare un’eventuale deviazione verso la propria rete, la logica conseguenza è il tap-in semplice del numero 94 nerazzurro verso la porta sguarnita.

Matteo Zizola

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