Per capire come un diciassettenne riesca a presentarsi sul Circuito Internazionale Marco Simoncelli di Misano Adriatico senza averci mai messo le ruote prima e vincere un campionato italiano della 600 al debutto, bisogna fare un salto a Borore, un paese dove (quasi) tutti i ragazzi crescono rincorrendo un pallone da una porta all’altra sui campi da calcio. Per Federico Pilu, invece, il battito cardiaco ha sempre viaggiato al ritmo dei motori a scoppio. Dai quattro anni in avanti non è praticamente mai sceso dalla sella: prima gli otto disegnati con la minimoto durante le sagre di paese staccando la mano dal manubrio per salutare la folla, poi le scappatelle sull’Ape Piaggio del nonno ribaltandola ad uno stop perché non arrivava ancora con i piedi al pedale del freno, fino agli scooter tirati a limitatore sulle polverose strade bianche di campagna.
Dalle prime sfide con le minimoto e i trofei giovanili sulle ruote basse dell’Ohvale fino all’apprendistato nella Rookies Cup, il salto verso la velocità e le ruote alte della 600 è stato il traguardo naturale di una crescita costante. Ma dietro la freddezza del pilota che impara piste sconosciute in una manciata di giri si nasconde un ragazzo con i piedi ben piantati per terra, umile, solido e lontano anni luce da qualsiasi posa da copertina. Studente all’IPSIA di Macomer, Federico vive la quotidianità tipica della sua età tra compiti da recuperare e interrogazioni da incastrare al rientro dalle trasferte, guidato da un rispetto profondo per le proprie radici e da un attaccamento viscerale alla famiglia. Un ragazzo moderno forgiato da valori saldi, capace di guardare lontano, porsi obiettivi ambiziosi e lavorare duro per centrarli, senza mai perdere la bussola né scordare da dove è partito.

Correre partendo dall’Isola significa pagare dazio a una logistica feroce, la trafila estenuante dei traghetti e un budget da difendere con i denti. La sua forza è stata la squadra di casa: papà Paolo, suo primo instancabile tifoso sempre al suo fianco, mamma Stefania e la sorella Ilaria. Un nucleo in cui anche un solo sguardo silenzioso nel box, nei momenti di massima tensione prima di entrare in griglia, sa trasmettere calma e sicurezza. La tecnica pura, quella che fa la differenza quando i tracciati non li conosci, Federico l’ha forgiata tra i cordoli del Sardinia Circuit di Tramatza, la sua vera palestra di apprendistato, crescendo giro dopo giro sotto lo sguardo attento e i consigli preziosi di Walter e Gianfranco Sulis.
A fronte di realtà ben più strutturate e con budget importanti, la differenza l’ha fatta un Team piccolo ma estremamente efficace, papà Paolo tuttofare e un meccanico dalla mano precisa come Giovanni Murgia che ha messo sempre al massimo la moto e il confronto costante con Roberto Ferrara, fresco campione tricolore del National Trophy 1000 che è stato una guida determinante: con classe cristallina ed esperienza consumata, Ferrara ha saputo infondergli malizie e trucchi fondamentali per decifrare i segreti delle piste continentali. La stagione è stata una progressione impressionante: dal podio bagnato di Vallelunga dopo sole tre settimane sulla moto nuova e reduce da un’operazione, alla perentoria vittoria di categoria nell’università del Mugello stampando un 2’00” netto, passando per la feroce bagarre a suon di sorpassi e staccate di Cremona chiusa sul podio assoluto, fino alla gestione glaciale della seconda trasferta toscana al Mugello per mettere al sicuro i punti in Campionato. L’atto finale a Misano è stato il vero capolavoro. Arrivato a digiuno di chilometri sull’asfalto romagnolo, ha studiato le traiettorie nei turni liberi e la domenica di gara ha rotto gli indugi già al secondo giro, imponendo un passo indiavolato sull’1’43” basso fino alla bandiera a scacchi. Sotto il traguardo, tra l’emozione incontenibile del team e le lacrime di papà Paolo, sulla carena della sua Yamaha campeggiava fiero quel numero 75: l’anno di nascita dei suoi genitori, il sigillo più bello su un trionfo tricolore costruito solo con talento, famiglia e sacrifici
Un trionfo netto, carico di commozione e di quell’orgoglio genuino che a Borore si tocca con mano ogni volta che qualcuno lo ferma per strada per una pacca sulla spalla o una stretta di mano sincera. Sotto la visiera, però, i festeggiamenti durano lo spazio di un respiro: questo Trofeo è soltanto la prima riga di una storia ancora tutta da scrivere, con la fame intatta di chi non ha alcuna intenzione di accontentarsi. Tra sogni nel cassetto, sacrifici da mettere in conto e la solita voglia di lavorare sodo, il vero capolavoro resta il paradosso di tutti i giorni: a diciassette anni ha appena domato una seicento da oltre duecentocinquanta all’ora vincendo a Misano con la sfrontatezza di un veterano, ma per guidare legalmente l’Ape del nonno senza rischiare di ribaltarla allo stop tocca ancora aspettare l’esame della patente. Con la differenza che adesso, dietro i comandi di quell’Ape, c’è un Campione Italiano.
Massimo Piras






















