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Cagliari, Pisacane: “Voglio costruire una squadra orgogliosa, che non pensi a fantasmi o destini già scritti”

Fabio Pisacane durante Cagliari-Udinese | Foto Luigi Canu
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Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari e recentemente premiato agli Oscar dello Sport Sardo di Centotrentuno che si sono tenuti presso la bella cornice del Rafel di Alghero, si è raccontato in un’intervista ai microfoni de “Il Fatto Quotidiano”. Di seguito le sue dichiarazioni.

Calcio e comunicazione 

“Tutto parte da un approccio mentale, prima ancora che tecnico. Il mio obiettivo è costruire una squadra capace di restare stabile anche nei momenti più difficili. Convincere la squadra a restare verticale significa renderla lucida, orgogliosa e fiduciosa nelle proprie qualità. Non bisogna avere paura quando le partite si complicano o si perdono all’ultimo minuto. Per me restare verticali significa anche sottrarsi ai fantasmi che abitano la mente. In troppi pensano che il risultato abbia un destino già scritto e che esistano complotti infiniti. Questi pensieri non mi appartengono. Nel rapporto con i giocatori ho puntato molto sulla comunicazione: più di quattrocento incontri, 227 dei quali individuali. Sono ragazzi della generazione zero, cresciuti nell’era tecnologica e poco abituati alla parola. È il video che li rapisce, che li coinvolge. Sono figli dei reels”.

Malattia

“Questi pensieri non mi appartengono. Io ho realizzato ciò che sognavo: prima fare il calciatore, poi l’allenatore. La mia felicità è tutta qui. Nasce anche dall’aver sfiorato l’inabilità, dopo quattro mesi in ospedale, un coma e una paralisi dalla testa ai piedi. La diagnosi fu durissima: sindrome di Guillain-Barré. Ricordo ancora mio padre chiedere ai medici se potessi tornare a giocare, e la risposta fu brutale. Ero gia fortunato se potevo continuare a vivere. Per questo la radice della mia felicità non sono i soldi, il successo o la carriera, che pure hanno il loro valore. La mia felicità è la vita che mi sono ripreso e la possibilità di fare, ogni giorno, ciò che amo”.

Presente

“Sono ormai undici anni che scopro un nuovo frammento della bellezza di quest’isola. Mi sorprende ancora. Se c’è un calciatore poco funzionale al sistema di gioco che ho in mente, devo trovare il modo di fargli comprendere e accettare una situazione che lo porterà a giocare meno. La chiave è parlare, spiegare, comunicare, indicare una strada diversa. Nessuno può sentirsi escluso o lasciato solo. Nel sistema calcio italiano, però, nessuno aspetta. Il tempo non concede tempo”.

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