Divagazioni semiserie di chi ci crede ogni volta. Diario emotivo di una passione imperfetta tra speranze e mugugni di un tifoso del Cagliari qualunque.
Sono passati appena quattro giorni dal blitz di Udine, eppure sembra già trascorso un secolo. Sapere che per due intere settimane non rotolerà un pallone vero, costretti a un digiuno forzato e alla noia da sosta delle nazionali, è una crudeltà che solo il tifoso isolano può capire fino in fondo. Soprattutto adesso che la classifica brilla: fermarsi proprio ora è una beffa atroce. Anche perché la testa corre già alla ripresa, quando alla Domus de tubis sbarcherà la Juventus. Chiamarlo scontro diretto fa quasi ridere la graduatoria, ma fa scattare all’istante l’allarme rosso in ogni bar dell’Isola: serate di scongiuri a oltranza, corni di corallo e la corsa preventiva ad adottare qualsiasi gatto nero nei paraggi pur di deviare la malasorte. Conosciamo la Signora: scenderà dall’aereo tronfia sulla pista di Elmas, forte della classe sfacciata dei singoli, del blasone, di un arbitro di scorta già pronto dentro il borsone per ogni evenienza e di quella tradizionale, quasi scientifica benevolenza nei palazzi che fa parte del folklore nazionale. Con il consueto, fondatissimo timore che, tra un fischio chirurgico e un fallo inventato a norma di regolamento speciale pro strisciate, bisogni persino contare i palloni dello stadio a fine gara per evitare che se li portino via al momento di imbarcarsi sul volo di ritorno.
Ed è proprio in questa bonaccia senza novanta minuti da vivere che il popolo rossoblù finisce per spaccarsi nelle sue anime storiche. Da una parte ci sono gli entusiasti a oltranza, quelli che ormai galleggiano a mezz’aria: consultano la graduatoria ogni quarto d’ora come fosse un’opera d’arte al museo, convinti che l’Europa sia ormai un diritto acquisito e che la banda di Pisacane non abbia punti deboli. Per loro la diga eretta dalla difesa è insuperabile per decreto, l’ordine tattico a metà campo rasenta la perfezione e ogni pallone toccato dagli attaccanti profuma di predestinazione. Hanno già iniziato a calcolare i voli charter per le coppe, gonfiando il petto davanti a chiunque osi sollevare il minimo dubbio.
Dall’altra parte della barricata presidia il fortino l’esercito dei diffidenti cronici, i sacerdoti del presagio funesto, quelli che hanno eletto il pessimismo cosmico a stile di vita. Per questa categoria di fedelissimi la classifica attuale non è una gioia, ma un perfido inganno della sorte, una buccia di banana apparecchiata dal destino per farci rompere l’osso del collo. Li ascolti al bancone scuotere il capo con aria di compatimento, spiegando a tutti che finora abbiamo incontrato solo avversari ancora imballati dalla preparazione estiva, che alla prima assenza pesante crollerà l’intera impalcatura e che bisognerà attendere le corazzate e i primi geli invernali per vedere la dura realtà. Vivono i risultati positivi con il terrore costante del risveglio, convinti che la quiete sia soltanto il preludio a una grandinata biblica.
E poi ci sono quelli che tifano e basta, a prescindere da tutto. Quelli che se ne fregano dei calcoli, degli schemi e delle lune storte. È la spina dorsale di questa passione che oggi viaggia su binari diversi ma paralleli: vive nella tradizione solida dei Cagliari Club sparsi nell’Isola e nel mondo e pulsa con la stessa intensità nelle nuove piazze digitali dei social network. Uno spazio moderno, colorato, rapido e rumoroso, capace di radunare migliaia di cuori a ogni latitudine attraverso meme, dirette, reel e commenti istantanei a fine gara, trasformando la lontananza in una curva virtuale senza confini. C’è l’orgoglio antico di chi ha le mani segnate dalla fatica e bruciate dal sole, intrise di terra e di dignità; e c’è la fierezza ostinata di chi consuma i suoi giorni a migliaia di chilometri dall’Isola, tenendo la bandiera dei quattro mori ben distesa sulla parete del soggiorno a scaldare le sere d’inverno. Perché siamo fatti di una materia strana: sparsi ovunque, eppure saldati a doppio filo a un cordone ombelicale invisibile. Che si cammini tra i grattacieli di Central Park o in una landa sperduta della Patagonia sferzata dal vento, la magia è sempre la stessa: basta incrociare per un istante uno sguardo, riconoscere quell’alfabeto non scritto fatto di posture e silenzi, un passo familiare o il lampo rossoblù di una sciarpa scolorita, per fermarsi di colpo, voltarsi indietro e lasciar partire quel sorriso complice che annulla d’incanto ogni distanza: Sardo sei?
In mezzo a questa marea di sentimenti, intanto, ad Assemini si lavora a fari spenti. Perché mentre la piazza dibatte tra sogni di gloria e scongiuri, Mister Fabio Pisacane tiene la testa sul manubrio e pedala forte. C’è da registrare i movimenti, mettere benzina nelle gambe di chi è ancora a corto di fiato e far crescere i giovani senza l’ansia del risultato immediato. E c’è soprattutto l’orgoglio fiero e silenzioso di vedere i nostri due ragazzi, Romano e Maldini, chiamati a vestire la maglia azzurra della Nazionale. A loro va il nostro abbraccio più sincero e il migliore auspicio di farsi onore, di brillare e di dimostrare a tutti di che pasta sono fatti; accompagnato, sia chiaro, dalla solita, sacrosanta preghiera del tifoso isolano: fate scintille e incantate la platea, ma per pietà divina rientrate alla base ad Asseminello sani, integri e senza un solo muscolo affaticato, che qua c’è una guerra da portare avanti.
In fondo è proprio questo il miracolo di uno sport bizzarro e contraddittorio. Un gioco dove spesso si oltrepassa il limite, lasciandosi andare alle peggiori esasperazioni, a sfoghi sguaiati, a certe cadute di stile e a picchi di maleducazione o cafonaggine che non ci appartengono e che non dovrebbero esistere; eppure, al netto di ogni stortura, da noi a Cagliari e in Sardegna il calcio sa essere ancora appartenenza viscerale, riscatto e ponte d’orgoglio. Ha il potere antico di mettere fianco a fianco perfetti sconosciuti sugli spalti, al bar tra un numero illimitato di birrette e giri di mirto buono, davanti a uno schermo o dentro una chat, cancellando le distanze per condividere un batticuore, un abbraccio liberatorio o una parolaccia pesante strozzata in gola per un rinvio svirgolato. Ci auguriamo che lo spirito inculcato da Mister Pisacane sia esattamente questo, ma ancor di più confidiamo nel Deiolismo più autentico incarnato da capitan Alessandro: l’uomo che, come tanti condottieri silenziosi del nostro passato, sta prendendo ago e filo nello spogliatoio per ricamare, punto dopo punto e senza clamori, il senso profondo dei quattro mori sul petto di ogni nuovo arrivato. Perché capire dove si è sbarcati è il primo passo per non cedere un centimetro; e quando l’arbitro fischierà la fine della sosta e la trincea chiamerà di nuovo, noi dovremo farci trovare pronti a compiere il nostro unico dovere. Che sia appoggiati a un gradone di cemento o seduti su un seggiolino sbiadito, aggrappati ai tubi innocenti della nostra casa provvisoria, incollati al televisore del salotto, con il mento sullo schermo del computer o con le dita che scorrono veloci tra social e cellulari all’altro capo del mondo: saremo lì, pronti a spingere, a soffiar dietro di Ranieriana memoria, a soffrire e a tifare forte. Che sia bonaccia o che sia tempesta.
Massimo Piras




















