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L’occhio del tifoso | Cagliari, quattro schiaffi e una lezione: ritrovare la fame, ripartire dal Deiolismo

M'Bala Nzola contro Andrea Carboni durante Monza-Cagliari | Foto Valerio Spano
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Il tifoso, per puro istinto di sopravvivenza, ha l’obbligo di trovare a tutti i costi un lato positivo. Lo cerchi disperatamente mentre ti incammini verso l’uscita dello stadio Brianteo, sferzato da un freschetto lombardo che ti schiaffeggia la faccia esattamente quanto la clamorosa suonata appena incassata in campo. Eravamo sbarcati a Monza temuti, preceduti dalla nostra solida fama di guastafeste; ne ripartiamo irrisi, accompagnati verso i tornelli dai sorrisi di commiato degli steward che ridacchiano sotto i baffi – compresi quelli che i baffi non li hanno nemmeno – con quel finto garbo istituzionale di chi ti augura “buon rientro” o ti dice “arrivederci”, ma con gli occhi è chiarissimo che ti sta palesemente perculando.

Eppure, l’appiglio c’è. È il ritorno prepotente di quel Deiolismo di cui avevamo già parlato all’inizio della stagione.

Ripartiamo da qui. Da Alessandro Deiola a bordo campo, nel cuore di un secondo tempo da incubo. Chiamato a scaldarsi mentre la barca affonda, segue quasi distrattamente il preparatore atletico, con un diavolo per capello. Se ne frega degli allunghi e ignora lo stretching. È tarantolato. Si sbraccia, urla, si sgola per scuotere i compagni. Corre a prendere il pallone a fondo campo e lo mette in un lampo sul dischetto del calcio d’angolo per il compagno che deve batterlo. Soffre fisicamente, si contorce, strilla e incita, vedendo i compagni sperduti, quasi impauriti sul prato come marinai senza bussola. È l’istantanea ruvida di un vero capitano che cerca disperatamente di telecomandare da fuori l’unico battito cardiaco della serata. La cartolina perfetta, rabbiosa e solitaria, di una partita in cui il Cagliari, molto semplicemente, non è mai sceso dal pullman.

Parliamoci chiaro, provando a usare un po’ d’ironia per disinnescare la botta: giocare di lunedì alle 18:30 è un reato penale per i bioritmi di entrambe le squadre. Ma se in più arrivi da oltre Tirreno, mettendoti in viaggio dopo la classica domenica sarda, il confine tra ritiro pre-partita e pranzo dai parenti si fa pericolosamente sottile. A giudicare dalla reattività dei rossoblù al Brianteo, il sospetto è uno solo: la squadra non ha mai smaltito il nostro sacro, intoccabile spuntino domenicale. Quella roba che in Sardegna non prevede piattini minimal con due gallette, avocado, tofu o la tristezza cosmica di una schiscetta milanese scondita, ma un amabile sequestro di persona a base di carboidrati, carne arrosto e paste finali.

Il Cagliari visto a Monza era in piena, letargica fase digestiva. E affrontare i padroni di casa con i riflessi appannati di chi aspetta ancora il mirto a fine pasto è stato un suicidio tattico. Il Monza aveva una difesa che i numeri dicevano essere perforatissima e facile da bucare. Così, noi ci siamo illusi che bastasse il minimo sforzo e siamo scesi in campo con un filo di sufficienza e presunzione, convinti di poter fare punti per pura inerzia. Abbiamo pensato di poter aspettare sornioni, provando ad affondare ogni tanto ma non troppo – e nel primo tempo, a dire il vero, lo si è pure fatto – ma con un fastidioso e irritante senso di superiorità.

E quando giochi al risparmio con la pancia piena, la digestione lenta ti presenta il conto. Minuto 40, l’emblema del nostro letargo: Daniel Maldini, atterrato malamente dalle orbite dorate delle lodi delle scorse settimane, perde un pallone di una mollezza illegale. Kouadio ringrazia, scappa via, Caprile viene bucato e il castello di carte viene giù.

Da lì in poi, sipario. Tutta la squadra si è liquefatta in un crollo collettivo, trasformandosi in una serie di belle statuine. Nessun singolo da crocifiggere, ma un generale abbiocco di gruppo in cui si faceva a gara a chi arrivava un secondo o due più tardi sulla palla. E senza mister Fabio Pisacane a sbraitare in area tecnica, la scossa non è mai arrivata. Messa via la bacchetta del mister, l’orchestra ha smesso di suonare.

Eppure, nel frastuono sordo di una scoppola da quattro reti, c’è un raggio di luce che buca il grigiore monzese. Ha i polmoni e l’ostinazione di Mendy. Mentre attorno a lui le certezze affondavano, è stato l’unico a ribellarsi alla sonnolenza generale. Ha ringhiato su ogni pallone sporco, correndo per tre e provando a fare reparto da solo. Una prestazione, la sua, che va citata per forza: ci ricorda una regola base del calcio e della Vita, e cioè che la fame, quella vera, non passa mai. Neanche quando la nave imbarca acqua da tutte le parti. Un segnale prezioso da parte di un ragazzo giovanissimo, che siamo certi sarà capace di fare luce e trascinare anche i compagni più navigati, facendo della sfrontatezza della sua giovane età un esempio per tutti.

“Uno scempio, chiedo scusa ai 1400 tifosi”. Le parole di mister Pisacane in sala stampa a fine gara sono state una secchiata d’acqua gelata. Zero scuse, zero alibi sull’orario, sulle assenze o sulla sfortuna. Solo la faccia messa lì, a prendersi i ceffoni per proteggere un gruppo irriconoscibile (perché, ed è giusto sottolinearlo, lo ha fatto proprio per proteggerli). Ma si percepiva tutta la delusione per i suoi ragazzi, che non hanno interpretato al meglio la gara e non hanno lottato come si sarebbe aspettato, scivolando timidi e pavidi sulla più classica delle bucce di banana.

Una caduta che stona dolorosamente con il percorso fatto finora e che non va dimenticato. Perché, a partita in archivio, la più grande rivoluzione di questo avvio di stagione non era nei tabellini e nelle statistiche, ma nelle cartelle cliniche di noi tifosi. Pisacane ci ha sottoposto a una brutale terapia psicologica di massa, curando un ambiente che per troppo tempo si era rassegnato alla sindrome dello sparring partner. Ha scardinato quella nostra abitudine genetica di affrontare certe trasferte con la sconfitta già piegata nel taschino. Non solo ci ha regalato la vertigine dei primi posti, ma ha forgiato un nuovo conio verbale — la sofferenza organizzata — elevando la cara vecchia trincea a manifesto filosofico. Un concetto sublime, che ci ha riempito di un orgoglio feroce e della speranza di aver finalmente e definitivamente voltato pagina.

Ecco perché prenderne quattro fa così male. Il 4-0 del Brianteo non si limita a silenziare di colpo le esaltazioni, ma fa di peggio: ci ributta senza preavviso nell’antico terrore di essere precipitati di nuovo nel passato, risvegliando i fantasmi di una rassegnazione che credevamo sepolta. Eppure, a mente fredda, forse un reset del genere era persino necessario. Un bagno d’umiltà violento per ricordarci il nostro vero DNA. Non siamo e non saremo mai la squadra che può permettersi di viaggiare col freno a mano tirato, in gestione turistica o con la presunzione di poter addormentare l’avversario passeggiando. Noi ci salviamo solo se azzanniamo le caviglie dal primo all’ultimo minuto, mettendoci sempre il triplo della cattiveria.

Lo schiaffo, anzi i quattro quasi cinque schiaffi, li abbiamo presi e la sveglia è suonata. Ora testa bassa. C’è un campionato da difendere, degli obiettivi da raggiungere e la straordinaria tenacia del Cagliari viene fuori al meglio proprio quando c’è da sporcarsi nel fango. Una battuta d’arresto non vuol dire nulla, archiviati gli schiaffoni, si resetta tutto all’istante. Sabato a casa nostra arriva il Bologna: sarà il momento perfetto per dare seguito alle parole di rispetto verso i tifosi spese dal Mister, dimostrando che l’erba della Domus siamo ancora noi quelli che la masticano più forte.

Massimo Piras

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