Il Cagliari di Fabio Pisacane ci ricorda quanto sia complicato stare dietro con equilibrio a un percorso di crescita. In un mondo in cui siamo abituati al tutto e subito e dove basta un clic per avere tra le mani i risultati di un’operazione richiesta è sempre più difficile ricordarsi la fatica e i passaggi necessari per le azioni della nostra vita per andare da un punto A a un punto B. In un calcio bulimico e in un contesto italiano affamato di nuovi campioni che da tempo latitano, è facile farsi prendere la mano dall’etichetta facile, in un campionato dove a un calciatore basta una grande giocata o un’ottima partita per essere definito fenomeno e al tempo stesso un passaggio sbagliato o un errore per essere bollato come bidone.
Il contesto
Da tempo il “progetto” Cagliari non sembrava così futuribile, ma questo non significa che il presente è assicurato e tanto meno il futuro. Il club ha fatto una serie di investimenti riusciti, altri meno ovviamente, che potrebbero portare con gli incastri giusti (cessioni a condizioni vantaggiose, infortuni permettendo e con la permanenza in Serie A) a una certa auto-sostenibilità per le prossime stagioni. Condizione che è il primo passo per consolidare davvero la categoria e provare a mettere tassello dopo tassello in piedi un progetto che vada oltre in termini di ambizioni e obiettivi a lungo termine. Magari spinto dall’entusiasmo per il nuovo stadio e per l’ingresso in società di nuovi soci. Capire che il Cagliari di Fabio Pisacane è una pedina dentro un percorso più grande è il primo passo da compiere per analizzare con equilibrio una squadra con potenziale, con evidenti lacune tecniche in alcuni reparti e ruoli e con ancora una maturità non sempre stabile per il livello della massima serie italiana. E non potrebbe essere altrimenti visti i tanti giovani utilizzati e il fatto di avere un allenatore alla prima esperienza tra i grandi, con idee valide, ma che sicuramente deve passare fisiologicamente da una serie di situazioni prima di poter essere definito pronto. Un altro errore dei nostri tempi è pensare che un tecnico se bravo arrivi in una panchina e sia subito in grado di raccontare al mondo il proprio calcio. Non esiste il calcio di Pisacane, di Spalletti o di Guardiola. Esistono le idee, la capacità di lettura e la capacità di gestione di un gruppo da parte di un singolo uomo e del suo staff che vengono acquisite nel tempo e che si plasmano, meglio o peggio, in base alle varie realtà in cui vengono applicate.
Momento
Chiaro che poi tutto passi sotto la grande lama dei risultati. E se Pisacane dovesse fare zero punti contro Cremonese e Genoa la sua percezione tornerebbe alle critiche, anche feroci, da parte di alcuni tifosi prima dei sette punti in cinque giornate fatti di recente periodo in A. L’abilità sta nel riuscire a giudicare questa squadra non dai picchi, in alto o in basso, che ha mostrato e che sicuramente mostrerà (perché ancora acerba sotto diversi punti di vista) ma dai passi in avanti che farà da qui alla tarda primavera. Provando a sapper leggere i momenti di risalita e quelli di discesa. Sia come gestione, sia come crescita dei singoli, sia come sviluppo dell’identità del proprio staff. Un’impresa non da poco per chi questa formazione ve la racconta ogni giorni e un esercizio di stile non facile per chi ha bisogno ogni domenica della propria valvola di sfogo, giusta e necessaria, sugli spalti. Ma da quanto equilibrio avrà questo Cagliari di Pisacane, sia dall’interno che dall’esterno, probabilmente passano molti dei possibili gradini verso l’alto da poter compiere per questo club nei prossimi campionati. E ovviamente vale anche la formula inversa.













