Soffro ergo sum. Questa la certezza fondamentale dell’esistenza del soggetto rossoblù, per dirla alla Cartesio. Da anni a Cagliari non sembra esserci spazio per potersi regalare sogni e speranze a lungo termine, ogni volta che questa possibilità è stata servita su un piatto d’argento al club isolano il passo indietro è stato evidente e rumoroso. Difficile fare un discorso diverso dopo Cagliari-Lecce 0-2, in quella che con ogni probabilità è la più brutta versione di questa formazione guidata da Fabio Pisacane in stagione.
Una condizione di sofferenza nel Dna
Ora l’esercizio di stile complesso è quello di non gettare tutto alle ortiche, lasciandosi sopraffare dal negativismo cosmico. Che sarebbe più che giustificabile data la pochezza tecnica e caratteriale messa in campo da Pavoletti e soci in quello che doveva essere lo scontro salvezza da vincere per vivere una primavera di programmazione e tranquillità e che invece ha rappresentato la nuova occasione mancata per questo Cagliari, che porterà sicuramente a una settimana (corta per fortuna) fatta di un nuovo pessimismo e della consapevolezza del dover soffrire fino alla fine. Un sentirsi costantemente sul filo come unica condizione per sentirsi vivi. Uno stare bene nell’incertezza che è il più grande limite per scrutare l’orizzonte capendo i confini del proprio futuro stando seduti su uno dei colli della città. Sembra che stiamo parlando dell’attuale condizione socio-economica dell’isola e invece il discorso è ancora riferito alla principale squadra di calcio della regione. Un dover soffrire che è nel Dna e quando il destino offre delle vie alternative c’è la volontà inconscia di doversi complicare la vita, perché noi siamo gente cresciuta così.
Momento
Spiegare con razionalità la prestazione del Cagliari contro il Lecce non è facile. Sicuramente possiamo dire che Pisacane ha peccato, forse per la prima volta, di coraggio e voglia di osare. Un provare a prendersi il sicuro, l’attendismo e la rottura del gioco con i muscoli di Adopo e Sulemana e la voglia di ripartire sulle fasce. Una strategia poco spregiudicata in una gara in cui, con il senno del poi, è stato peggio perderla provando a non perderla che perderla provando a vincerla. Al di là delle assenze, che ci sono e pesano, non si capisce la scelta di mettere da parte l’esperimento del giocatore di qualità messo in mezzo al campo, visto l’infortunio di Gaetano, per tornare alla linea a due fatta da giocatori di filtro e corsa. Scelte tecniche che hanno portato a un atteggiamento oggettivamente inspiegabile: un baricentro medio molto basso (47,3 metri), 162 palle perse, 0 tiri nello specchio. Nessuno o quasi dei singoli si è salvato è vero, ma la strategia di gara questa volta è stata completamente errata e non è un peccato mortale ammetterlo. D’altronde Pisacane nel post gara è stato il primo ad assumersi le colpe della sconfitta per le decisioni prese.
Futuro
Ora la Lazio, ancora in casa, alla caccia dell’ennesimo rilancio di chi è costretto a vivere dentro un perenne elastico. Una domenica vedi lo slancio massimo possibile e l’elastico si allontana dalla mano che lo tiene e quella dopo l’elastico si contrae e lo “schiaffo” ti arriva dritto a faccia. Una partita che dovrà dare risposte. Una su tutte in mezzo al campo visto che Gaetano – parole dello stesso Pisacane – ne avrà almeno per altre 3 settimane. Ma soprattutto servirà dare una carezza al proprio pubblico per dimostrare che la paura di osare è un errore che questa squadra, che sembrava diversa dal recente passato almeno per spregiudicatezza e fame dei suoi giovani, non commetterà di nuovo. Anche perché con 28 punti c’è ancora tutto il tempo per regalarsi un posto al sole senza soffrire fino all’ultimo istante dell’ultima gara, come disse lui (Claudio Ranieri). Che va bene la retorica della salvezza sofferta da trasformare in gesto eroico dopo essere passati da diverse domeniche completamente buttate al vento (modo di dire mai così attuale in Sardegna), ma non sarebbe bello per una volta raccontarci una storia diversa? La storia di un’isola che lascia il ruolo della vittima prestabilita del copione e che, per non fare la solita comparsa, deve lottare contro tutti e tutti senza guardare con analisi lucida alle sue enormi lacune. Per una volta non si può raccontare la storia di una realtà sarda che programma con ordine e sfrutta le chance che si costruisce con coraggio? E sì, stiamo ancora parlando di pallone.












