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L’occhio del tifoso | Cagliari, vivi nonostante tutto: con la Lazio c’è un conto aperto

Zé Pedro in Roma-Cagliari | Foto Valerio Spano
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Quaranta minuti di conferenza stampa pre partita a Trigoria e a Gasperini hanno chiesto di tutto, persino del traffico sul Raccordo e dell’andamento dei BTP. Sul Cagliari? Zero assoluto. Nessuno dei giornalisti ha sprecato un filo di fiato, negandoci persino la pietosa bugia di rito della gara ricca di insidie. Più che un avversario, ai loro occhi eravamo una fastidiosa tassa di soggiorno da sbrigare in fretta. E il tifoso rossoblù, creatura meravigliosamente priva di qualsiasi equilibrio chimico, aveva assorbito questa irrilevanza trasformandola in puro fatalismo preventivo. Ci siamo seduti davanti alla tv con l’umore di chi aspetta l’esito di una colonscopia, invocando segretamente la requisizione di un paio di pullman dell’Arst da parcheggiare di traverso davanti all’area di rigore.

Poi, l’arbitro fischia e il pallone rotola. E qui va in scena il vero spettacolo e la nostra conclamata disfunzione emotiva.

Perché la cronaca di un 4-2 è roba da almanacchi polverosi, ma quello che succede nella testa di chi tifa è un caso clinico da TSO immediato. Quando siamo andati in vantaggio per puro caso cosmico, la rassegnazione ha lasciato istantaneamente il posto a un delirio di onnipotenza ingiustificato. Gente che fino a dieci minuti prima avrebbe firmato col sangue per perdere con dignità, improvvisamente calcolava i punti che ci separavano dalla zona UEFA. Poi, l’avversario si ricorda di avere un divario tecnico imbarazzante, innesta la marcia e la ribalta. E il tifoso? Torna nel suo brodo primordiale con la velocità della luce. Il catastrofismo puro. I giocatori ridiventano improvvisamente un ammasso di impiegati statali a due minuti dal timbro del cartellino d’uscita.

Ma il capolavoro della nostra patologia arriva all’ottantunesimo. L’insensato, meraviglioso due a due. In quel fottutissimo istante, la Cassazione in pantofole e canottiera macchiata di sugo ha completamente rimosso la realtà: non vedeva più una squadra in palese debito d’ossigeno, vedeva il Real Madrid.

Ecco, è lì, esattamente in quel minuto, che la teoria della logistica urbana andava applicata senza pietà. Era il momento in cui rubare le chiavi dei mezzi dell’Arst, piazzarne le grandi fiancate di lamiera sulla linea di porta e buttare tutti i palloni indistintamente nel Tevere per far giocare le nutrie. Sigillare il campo, fingere svenimenti collettivi e smettere di giocare a calcio. Invece, fedeli alla nostra candida e congenita ingenuità provinciale, abbiamo lasciato il cortile aperto. E la Roma, in tre minuti, ci ha impacchettato il 4-2 definitivo.

Risultato? Il ciclo bipolare si è chiuso in gloria. Quelli che all’ottantunesimo erano eroi impavidi, all’ottantanovesimo sono tornati a essere gli scappati di casa da prendere a male parole per essersi fatti impallinare. Ma torniamo seri per un attimo. La verità cruda, però, è che all’Olimpico, al cospetto di un’avversaria oggettivamente fuori scala e sintonizzata su ambizioni che non ci appartengono, il Cagliari ha finalmente battuto un colpo. Se le ultime due uscite erano state una disperata valle di lacrime, questa sconfitta è solo il fisiologico, inesorabile singhiozzo dopo aver pianto. Un riflesso incondizionato, ruvido ma vitale. A fine gara Pisacane, sfiancato e quasi senza voce, ha sintetizzato la prestazione in tre parole esatte: atteggiamento, dignità, fiducia. Un modo lucido per ricordarci la prima regola di chi deve salvarsi: qui non si molla mai.

Ma vallo a spiegare al tifoso medio, condannato per genetica a brontolare a prescindere, eternamente incapace di accettare che la nostra dimensione naturale è la trincea. Inutile fare gli schizzinosi sui cali di tensione o pretendere l’estetica: la strada per noi sarà sempre fottutamente dura, sporca e tortuosa. Non scordiamoci mai da dove veniamo e per cosa giochiamo. Siamo nati per soffrire, e ieri sera, pur con tutti i nostri limiti e l’insopprimibile vocazione all’autolesionismo, abbiamo dimostrato di essere ancora clamorosamente vivi. E meno male che lo siamo. Perché il cervellone subdolo del calendario ci impone ora di girare l’angolo e affrontare l’altra faccia della Capitale. Quella Lazio che, giusto per rasserenare l’ambiente, ha appena piallato il suo avversario ( ciao Sebastiano ) con un sobrio punteggio tennistico. Potremmo presentarci al prossimo fischio d’inizio con il terrore negli occhi, certo. Eppure, questo incrocio dovrebbe farci un effetto completamente diverso. Tutti noi ricordiamo esattamente dove eravamo e cosa stavamo facendo in quella maledetta sera, in quella specifica stagione che per puro terrore scaramantico ci rifiutiamo tassativamente di nominare.

Eravamo letteralmente fuoco e fiamme, volavamo sulle ali dell’entusiasmo, finché un recupero del recupero dei recuperi, dilatato fino ai confini del sequestro di persona, non decise di spegnere in modo traumatico e definitivo la nostra cavalcata. Quella ferita è ancora lì, non si è mai chiusa davvero. Ecco, più che farci intimorire dai set tennistici appena rifilati agli altri, per una volta faremmo bene a guardare quel vecchio conto mai saldato. Perché a volte, nel calcio, il veleno puro di una vendetta arretrata organizza la squadra in campo molto meglio di qualsiasi lavagna tattica.

Massimo Piras

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