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Fabio Aru: “Tour? Pogacar il più forte di sempre, ma nel ciclismo nulla è scontato. Balliana ha qualità e talento”

Fabio Aru
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La prima settimana del Tour de France è andata in archivio e ne abbiamo parlato con il Cavaliere dei Quattro Mori Fabio Aru. L’ex corridore professionista di Villacidro ha analizzato con noi l’edizione della Grande Boucle, rievocando le emozioni vissute sulle strade francesi. Spazio anche a una riflessione sul momento del ciclismo sardo, con un focus sul titolo tricolore conquistato da Enrico Balliana nella categoria juniores.

Fabio, iniziamo questa intervista parlando di questo Tour de France. Si è appena concluso la prima settimana, che impressioni ti ha lasciato?
“È un Tour de France che in questa prima settimana è stato caratterizzato anche dal grande caldo. Le alte temperature si sono fatte sentire e hanno reso ancora più dura la gara. Abbiamo visto che anche domenica la tappa è stata leggermente accorciata proprio per via del caldo. Chiaramente Tadej Pogacar partiva come il grande favorito di questo Tour e già in questa prima settimana, sul Tourmalet, ha dimostrato di essere il principale candidato alla vittoria, riuscendo a prendere un vantaggio molto importante sugli altri. Mi piacerebbe, e credo piacerebbe a tutti gli appassionati, che nelle prossime settimane, a partire da quella che inizierà domani, ci possa essere ancora battaglia con tutti i migliori protagonisti. Vingegaard, Seixas e anche Evenepoel possono provare a mettere in difficoltà e a impensierirlo. Pogacar potrà contare su un compagno del calibro di Del Toro e su un gioco di squadra che potrà rivelarsi un elemento importante nel corso del Tour. Gli altri grandi rivali avranno però le loro possibilità per provare qualche attacco, anche se Tadej negli ultimi anni ha dimostrato di avere qualcosa in più rispetto a tutti gli altri”.

Al Tour de France 2020 hai corso in squadra con Tadej Pogacar, proprio nell’anno della sua prima vittoria. Già allora avevi la sensazione che potesse diventare un campione di questo livello?
“Sì, ha dimostrato fin da subito di essere un talento unico. Ho seguito quello che ha fatto anche nelle categorie giovanili, dagli juniores agli Under 23, dove ha sempre dominato. Il suo primo grande giro è stata la Vuelta del 2019, dove è riuscito a salire sul podio vincendo anche tre tappe. Poi nel Tour de France 2020 ha conquistato la vittoria nella penultima tappa, che gli ha permesso di ribaltare la classifica e vincere il Tour. Credo che ci troviamo di fronte al ciclista più forte di tutti i tempi. È un corridore che negli anni ha dimostrato una continuità incredibile: il suo “brutto risultato”, se così possiamo definirlo, spesso è arrivare secondo. Lo abbiamo visto anche quest’anno alla Parigi-Roubaix, una gara che tra l’altro non è nemmeno tra quelle più adatte alle sue caratteristiche. Quando ci si trova davanti un atleta di questo livello, per gli avversari diventa sicuramente più difficile riuscire a contrastarlo. Il ciclismo, però, ci ha dimostrato negli anni che nulla è mai scontato. Soprattutto nei grandi giri, che durano 21 giorni con solitamente due sole giornate di riposo, ci sono tante variabili: il caldo, la fatica accumulata, eventuali problemi meccanici o giornate meno brillanti possono cambiare l’andamento della corsa. Con il vantaggio che ha accumulato in classifica, un problema meccanico probabilmente non sarebbe sufficiente a riaprire completamente il Tour, visto il margine sugli avversari. Però il caldo, secondo me, può essere l’unico fattore che in questo momento potrebbe incidere sulla sua prestazione. Detto questo, considerando quello che ha fatto nella prima settimana e quello che ha dimostrato negli ultimi mesi, sarà sicuramente molto difficile per gli avversari riuscire a batterlo. Vedo un Tour de France già abbastanza definito, però mi auguro che possa esserci ancora battaglia fino alla fine”.

Facciamo un salto indietro nel tempo, al Tour de France 2017. Che emozione è stata conquistare una tappa prestigiosa come quella con arrivo a La Planche des Belles Filles?
“È stata un’emozione molto bella, perché il Tour è considerato l’evento più importante al mondo per quanto riguarda il ciclismo, senza nulla togliere alle altre competizioni, dalle classiche ai campionati del mondo. L’attenzione mediatica che accompagna questa corsa è qualcosa di unico, quindi ricordo questa vittoria con grande piacere, anche perché arrivava pochi giorni dopo la conquista della maglia di campione italiano. Mi sono reso conto ancora di più dell’importanza di quel successo soprattutto dopo, perché è una vittoria che viene ricordata ancora oggi, anche nel momento in cui, una settimana più tardi, sono riuscito a conquistare la maglia gialla. È stato sicuramente uno dei momenti più importanti del mio percorso”.

Fabio Aru dopo la tappa di Peyragudes con il simbolo del primato

Hai parlato della maglia gialla conquistata la settimana dopo, nella tappa con arrivo a Peyragudes. Ripensi ancora a quei giorni e alle emozioni regalate alla Sardegna?
“Sì, sì, è stato sicuramente molto bello. In quel momento si chiuse un cerchio, avevo avuto la possibilità di indossare tutte e tre le maglie dei grandi giri: quella del Giro per un giorno, quella del Tour per due giorni e poi quella della Vuelta per qualche giorno in più, dove sono riuscito anche a vincere quella finale. Il giorno dopo che presi la maglia gialla era la festa nazionale francese, perché l’avevo conquistata il 13 luglio 2017, quindi il 14 ho corso con quella maglia. Ricordo anche come il gruppo si fosse complimentato con me, perché arrivavo in un periodo in cui c’era ancora la grande predominanza della Sky, poi diventata Ineos, e in quegli anni era la squadra che dominava il Tour. In qualche modo mi vedevano come uno dei corridori che potevano provare a inserirsi in quel dominio. La maglia gialla è durata un paio di giorni. Quel giorno avevo anche preso un po’ di freddo, perché le premiazioni erano state in quota, a circa 1200-1300 metri, e con il cielo nuvoloso le temperature scendono molto rapidamente. Infatti, dopo un paio di giorni, avevo già un po’ di mal di gola e una mezza bronchite che mi sono portato dietro fino a Parigi. È stato un insieme di situazioni: da una parte la grande emozione di aver conquistato la maglia gialla, dall’altra questo problema fisico che mi ha condizionato. Sicuramente sono sempre stato un po’ più cagionevole rispetto ad altri corridori, però resta un momento che ricordo con grande piacere”.

Parlando di Sardegna, il 21 giugno Enrico Balliana si è laureato campione italiano Juniores. Cosa ne pensi del ciclista di Arborea?
“Sicuramente sono molto contento per Enrico. È un ragazzo che si sta impegnando tanto per seguire il suo sogno. Da un paio d’anni vive fuori dalla Sardegna e solo un sardo può capire quanto siamo legati alla nostra terra e quanto possa essere difficile stare tanti mesi lontano da casa. Questo risultato premia tanti sacrifici fatti, sia da lui sia dalla sua famiglia, e gli auguro davvero tutto il meglio. Da sardo non posso che fare il tifo per lui. Un consiglio che posso dargli è quello di stare tranquillo, continuare a lavorare bene, mantenere sempre la passione per quello che fa, come sicuramente già sta facendo, e continuare a crederci. Vincere un campionato italiano non è qualcosa che capita a tutti e non è assolutamente un risultato scontato: significa avere qualità e talento. La cosa più importante sarà continuare con umiltà e con la voglia di inseguire i propri sogni. Sono convinto che questo possa aiutarlo a raggiungere grandi traguardi, sia per lui sia per la Sardegna. Me lo auguro davvero tanto”.

Proprio come è successo a te in Astana, anche Balliana sta crescendo sotto la guida di Beppe Martinelli. Quanto è importante poter contare su una figura come la sua?
“Martino” lo conosco molto bene. È una persona molto appassionata e ricordo che veniva a vedermi quando ero Under 23, nelle ultime gare che ho fatto prima di passare professionista. Vive da sempre per il ciclismo: anche a casa sua sono stato tante volte, con lui, sua moglie e i suoi figli, e si mastica pane e ciclismo dalla mattina alla sera. Questa grandissima passione lo porta a essere non solo un direttore sportivo, ma anche un po’ un papà per gli atleti che segue. È una figura molto importante, soprattutto a quell’età, perché c’è bisogno di avere vicino una persona che sappia dare i consigli giusti e che sappia supportarti anche nei momenti meno belli. Ci sono periodi in cui magari non si trova la condizione migliore e bisogna avere pazienza, continuare a lavorare e credere nel percorso. È bello che ci sia questo legame tra me e Martinelli e che ora possa esserci anche con Enrico, che rappresenta la nuova generazione. Mi auguro davvero che possa essere di buon auspicio per lui”.

Sei ambassador del Giro di Sardegna: che bilancio fai di questa prima edizione del ritorno della corsa dopo quindici anni di assenza?
“Sono stato veramente molto contento di essere presente e di poter seguire la gara da vicino. Quando una corsa la vivi di persona hai una percezione completamente diversa, riesci a renderti conto realmente di quello che rappresenta. È stato un rientro di grande livello per il Giro di Sardegna, soprattutto per l’entusiasmo che ho visto nella gente e nei sardi nell’accogliere nuovamente questa corsa. C’è stata una grandissima affluenza di pubblico in tutte le giornate e la gente ha vissuto questo ritorno nel migliore dei modi. I percorsi della Sardegna sono perfetti, soprattutto in quel periodo della stagione, anche perché permettono alle squadre di preparare al meglio le grandi classiche e grandi gare a tappe come la Tirreno Adriatico e la Parigi-Nizza. Questo è stato apprezzato anche dai team e dai corridori che hanno partecipato. C’è stata un’ottima organizzazione e anche una grande promozione, perché le immagini della Sardegna sono arrivate in tutto il mondo, in tantissimi Paesi. È stata una bellissima occasione per valorizzare la nostra terra e di questo sono molto contento. Recentemente mi è capitato di parlare con alcuni corridori che avevano partecipato al Giro di Sardegna: ero ai campionati italiani a Cuneo e ho chiesto loro un po’ com’era stata l’esperienza. Sono stati tutti molto entusiasti. Credo che la Sardegna sia una regione perfetta per ospitare una corsa di questo livello e anche per accogliere squadre e ritiri. Ha tutte le caratteristiche giuste: il clima, le strade e dei percorsi molto interessanti. Sulla carta può sembrare una gara con percorsi semplicemente ondulati, ma quando si affrontano anche 3.000 metri di dislivello in una giornata diventa una corsa molto dura. Sono tappe che, per difficoltà, possono essere paragonate a una tappa alpina di un grande giro. Sono quindi molto soddisfatto di quello che è stato fatto e credo che nei prossimi anni ci siano tutte le possibilità per far crescere ancora questa gara e attirare sempre più corridori di livello internazionale”.

Qualche giorno fa hai partecipato alla Maratona dles Dolomites insieme a grandi nomi del ciclismo come Vincenzo Nibali, Valerio Agnoli e al motociclista Jorge Martín. Com’è stata questa esperienza e che atmosfera si respirava?
“È stato il terzo anno che partecipavo alla Maratona con Enervit. A livello amatoriale posso dire che, per certi aspetti, è un po’ come il Tour de France per i professionisti: tra gli eventi a cui ho partecipato è sicuramente uno dei più  importanti. A livello organizzativo, per i luoghi, i paesaggi e per tutto quello che riesce a offrire, è un evento molto ambito e curato nei minimi dettagli. È stato bello anche poter incontrare e parlare con alcuni ex colleghi come Vincenzo Nibali, che conosco molto bene, Valerio Agnoli, l’ex tecnico della nazionale di ciclismo Daniele Bennati. Inoltre è un evento che riesce a unire anche sportivi di altre discipline: quest’anno, ad esempio, erano presenti anche l’ex biatleta Dorothea Wierer e il motociclista Jorge Martín.

Per concludere, cosa c’è nel presente e nel futuro di Fabio Aru?
“Sicuramente mi piace molto quello che faccio e sono molto grato per tutto quello che il ciclismo mi ha dato. Lo sono sempre stato e lo sarò anche in futuro, perché questo sport mi ha permesso di vivere esperienze incredibili. Per questo è un grande piacere per me poter continuare a lavorare in questo mondo e rimanere sempre appassionato di ciclismo. Cerco anche di dare il mio contributo ai giovani, soprattutto in Sardegna e nel mio paese, attraverso la Fabio Aru Academy, dove proviamo a portare avanti il ciclismo giovanile. Mi piacerebbe essere un esempio e uno stimolo per altri ragazzi e anche per altri professionisti o ex corridori che, una volta terminata la carriera, possono continuare a investire e dare il proprio supporto ai giovani. Ho visto che verrà presentata a breve anche la Filippo Ganna Academy per gli juniores: sono tutte iniziative che fanno bene al ciclismo e aiutano a far crescere il movimento, oltre a essere uno stimolo importante per i ragazzi che si avvicinano a questo sport. Poi continuo a collaborare con diverse aziende, a organizzare eventi in giro per il mondo e sto anche imparando nuove lingue: mi appresto a parlare la mia quarta lingua, il francese; se aggiungiamo il sardo, sarebbe addirittura la quinta (ride, ndr). Sono molto attivo anche in questo ambito e mi piace scoprire nuove culture, partecipare a eventi in Italia, in Europa e anche a livello internazionale. Questo è un po’ quello che rappresenta il mio presente e quello che vorrei continuare a fare anche in futuro”.

 

 

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