Lunga intervista a Fabio Pisacane durante lo speciale di Cronache di Spogliatoio a Cagliari per il format Cronache on Tour: vi riportiamo alcune dichiarazioni del tecnico rossoblù.
Rimettersi in gioco
“È stato bello, ci ho pensato tantissime volte. Come spesso ho fatto in questi 8-9 mesi, ho cercato di essere sempre me stesso. Sono entrato in punta di piedi, umilmente, per mostrare anche le mie debolezze perché, come ho sempre detto, un uomo non si giudica dalle fragilità: anzi, è il contrario. Un uomo è forte quando non ha paura di mettere in luce quel lato debole. Poi la differenza la fa sempre il modo in cui trasferisci quelle debolezze e, allo stesso tempo, come metti in risalto i tuoi pregi. Quando sei credibile, tutto diventa più facile”.
Su Cuesta
“Ci siamo parlati subito perché ci siamo affrontati dopo tre giornate: la mia prima vittoria in Serie A l’ho ottenuta contro di lui. Ci siamo sentiti in questi mesi e mi è stato molto vicino anche nella situazione spiacevole che mi è capitata dal punto di vista familiare. Questo certifica il ragazzo che è. Io penso che alla base di tutto ci sia sempre un pensiero molto ponderato: affidare giovani ad allenatori giovani, che hanno lavorato con i giovani, non è una cosa da poco, ma una scelta ben studiata”.
Paure
“Per quanto riguarda il mio ruolo, la paura non è un limite: è il linguaggio dei vincenti, un po’ quello che abbiamo letto e sentito in tantissime interviste. Ma quello che ho vissuto sulla mia pelle è diverso: da calciatore ho scalato montagne perché non avevo i requisiti tecnici per arrivare in Serie A. Se ci sono arrivato è anche perché ho avuto un pizzico di paura di confrontarmi con una categoria del genere. È una paura che diventa rispetto per l’avversario: un sentimento che ti permette di dare il massimo, senza essere bloccato”.
Giovani
“Sono orgoglioso di rappresentare una squadra che in Italia ha scelto questa politica. Questa responsabilità a volte non mi fa dormire: tutti pensano che Pisacane abbia avuto una grande opportunità, ma non sanno cosa mi passa per la testa ogni giorno. Il contatto con i ragazzi non è strategia: è un principio. I calciatori sono svegli e, se c’è qualcosa di forzato, lo capiscono subito. Serve spontaneità”.
Calciatore
“Il calciatore Fabio Pisacane non esiste più: è come se fosse passata una vita. Ogni tanto guardo qualche foto o video per ricordarlo, ma quasi non lo riconosco più. Oggi sono in un ruolo diverso, che richiede distacco. Di quel passato ho mantenuto la curiosità: quella voglia di studiare, di conoscere, di capire le nuove generazioni. La mia ambizione è alta, anche grazie a un maestro. Quando Ranieri mi disse che la parte tecnico-tattica è importante, ma la gestione dei rapporti lo è ancora di più, mi si accese una lampadina. Questo mi ha portato a fare un master in comunicazione alla Bocconi, a studiare le generazioni, a imparare lingue. Faccio inglese da tre anni e mezzo con una madrelingua, e a Cagliari ho studiato anche spagnolo e francese. L’ambizione è lavorare anche in contesti internazionali”.
Rapporto con i ragazzi
“Quando parlo con i ragazzi, cerco di affrontare anche temi che esulano dal calcio. Suggerisco libri, condivido spunti. Se un ragazzo ha vent’anni, cerco sempre di metterlo nelle condizioni di trarre qualcosa da ciò che legge o ascolta”.
Confronti
“Guardo tantissime partite, forse anche troppe. Un’idea può nascere da una partita di Premier League come da una del campionato scozzese o della Primavera.Di recente ho seguito il Vicenza, una squadra che gioca bene ed è rimasta imbattuta a lungo. Guardo anche la Lega Pro, il girone C, e seguo i nostri giocatori in prestito: Vinciguerra a Monopoli, Iliev a Cerignola, Pintus e Achour a Cosenza ma anche Kingstone in Austria. Guardo anche il Tottenham, cercando di capire cosa non funziona. Questo lavoro non è solo tattica: è analisi, è curiosità. Credo sia bello dire più spesso la verità: io imparo da te, tu da me, senza segreti. Mi piacerebbe più trasparenza. È normale prendere spunti dagli altri, ma poi bisogna metterci del proprio, altrimenti diventeremmo tutti Guardiola, Luis Enrique o De Zerbi”.
Ispirazioni
“È normale che io, da italiano, sia legato alla nostra scuola e a tutto ciò che ho imparato anche a Coverciano. Credo che un allenatore debba essere una fotografia della propria squadra. Il modello Red Bull l’ho sentito subito vicino al mio modo di vedere il calcio e, tramite un’amicizia in comune, ho voluto fare un’esperienza lì. Sono stato fortunato, perché oggi non è facile accedere a un percorso formativo a Salisburgo. Mi svegliavo all’alba e tornavo in albergo stremato, ma dal punto di vista metodologico mi ha aperto la mente. Lì ho imparato che i giovani devono capire, non solo eseguire. La formazione è rivolta anche agli educatori all’interno dell’accademia. Una cosa che mi ha colpito molto è che, durante un colloquio, non sono loro a porti richieste: sei tu che devi presentarti con il tuo pensiero e la tua creatività. Per loro non esiste un approccio puramente analitico: il calcio è caos, è imprevedibilità. Noi, invece, nella mia generazione, abbiamo lavorato tanto sull’analitico. Lì ho capito che il calcio va interpretato come un sistema complesso, fatto di principi più che di schemi rigidi”.
Gestione del talento in Italia
“Il talento c’è, ma devi metterlo nelle condizioni di sbagliare. E quando dico sbagliare, intendo davvero permettergli di farlo: se un giovane commette errori e dopo due partite viene bocciato, non crescerà mai. Magari nel breve periodo ottieni qualcosa, ma nel lungo perdi quel talento. Un ragazzo che esce da settori giovanili importanti (come quelli di Roma, Atalanta o Juventus) si affaccia alla prima squadra, fa una panchina in Conference League, Europa League o Champions League, e poi dopo un anno si ritrova a non giocare nemmeno in Serie B. Si creano aspettative enormi, anche a livello familiare, e questo diventa un peso: una vera e propria spada di Damocle che rischia di distruggerli. Questi ragazzi vanno protetti, supportati, ma non condannati. Pisilli è diventato Pisilli perché ha trovato un allenatore che ha creduto in lui e lo ha fatto giocare. E sono convinto che, anche se avesse avuto difficoltà, quell’allenatore non lo avrebbe abbandonato. Il problema nasce quando un giovane incontra un allenatore vincolato esclusivamente al risultato. Per questo anche i club dovrebbero dare più libertà: permettere agli allenatori di lavorare senza l’ossessione del risultato immediato, così da far emergere davvero il talento”.















