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Cagliari, altro che Mommotti: all’Olimpico il vero incubo è il fair play

Elia Caprile in Lazio-Cagliari | Foto Valerio Spano
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Parliamoci chiaro. Dolcetto o scherzetto un corno. A noi tifosi sardi, di questa americanata di plastica, non è mai fregato assolutamente nulla. Noi siamo cresciuti con Mommotti. Una roba seria. Un’entità ancestrale che non va in giro a scroccare caramelle con i dentini finti, ma ti aspetta direttamente nel buio del corridoio per portarti via nel sacco senza nemmeno farti l’anestesia.

Ecco, quella stessa strizza nera, cruda e priva di effetti speciali, è esattamente ciò che ci ha fatto compagnia domenica alle 15.

Sulla carta non c’era mezza, logica ragione per accendere la tv. I vampiri di Halloween della sera prima non c’entravano nulla: il terrore era roba tangibile, fatta di tre batoste consecutive sul groppone, che son poi diventate quattro. Sotto sotto avevamo tutti una paura nera, eppure eravamo tutti lì. Inchiodati al divano o con lo smartphone accanto, visto che le radioline di antica memoria son tutte finite nei cassetti della nonna. Vittime di quel baco inestirpabile nel cervello del tifoso che, anche davanti al plotone di esecuzione, ti sussurra all’orecchio la solita, meravigliosa menzogna: vuoi vedere che proprio oggi….

Vuoi vedere che proprio oggi andiamo a sfilare il Rolex alla capolista saldando quel vecchio conto in sospeso? Pura follia. Di fronte c’era una Lazio in uno stato di grazia così sfacciato che oggi, se tirasse il magazziniere bendato, la metterebbe all’incrocio. Roba da spappolarsi il fegato dall’invidia, amplificata da un paradosso atroce: i loro tifosi disertano l’Olimpico per l’ennesima crociata societaria, snobbando una squadra che stravince passeggiando con il braccio fuori dal finestrino. Noi, invece, ci spacchiamo i polmoni sui tubi della Domus, ci logoriamo l’anima sul divano e trasformiamo le infinite trincee dei social in una guerra santa quotidiana, sparando fiele e fede a fiumi pur di difendere questa maglia.

Eppure, per un momento glorioso e assurdo, il piano diabolico aveva pure funzionato. Eravamo lì, passati in vantaggio, incartandoli sul piano del gioco, disinnescando le loro certezze e mettendo una paura fottuta a chi pensava di fare accademia. Stringevamo il Rolex della capolista tra le mani, con la faccia di chi l’ha appena combinata grossa.

Poi, dal sogno allo psicanalista, il passo è stato breve. Perché questo Halloween ci ha ricordato che c’è qualcosa di molto più spaventoso di fantasmi e mostri: l’illusione che il calcio sia uno sport leale.

Possiamo fare i signori, attingere al serbatoio dei luoghi comuni, evitare di usare certe parole per non sembrare i soliti provinciali complottisti. Ma alla fine della fiera, quando ti sfilano il portafoglio sull’autobus, puoi mascherarlo da valutazione di campo o svista fisiologica quanto ti pare, ma resta uno scippo a mano armata. E il gol del loro definitivo sorpasso è stato esattamente questo. Una gastrite fulminante che ti divora dall’interno, quel senso di profonda, viscerale ingiustizia che ti fa salire il veleno alla gola e non va via.

Alla vigilia, in sala stampa, Mister Pisacane aveva provato a fare poesia parlando di uccellini buoni e uccellini cattivi. Ecco, diciamo che all’Olimpico l’intera voliera ha deciso di scagazzarci allegramente sul parabrezza. L’arbitro si dimentica il fischietto in tasca mentre il nostro capitano crolla a terra per una violenta pallonata in piena faccia. Una botta tremenda, in cui è palese a chiunque che non ci sia mezza virgola di finzione. Ok, errore grave. Mettiamolo nel grande cassetto delle miserie umane, di una classe arbitrale cronicamente in ritardo sulla realtà, e andiamo avanti.

Il vero schiaffo al pudore, però, è l’atteggiamento dell’avversario. La spocchiosa capolista, fasciata in quel suo celeste che per definizione dovrebbe richiamare la purezza assoluta e le virtù del cielo, vede un uomo a terra per un colpo alla testa. La regola non scritta del fair play da cortile imporrebbe di buttare fuori quel maledetto pallone senza nemmeno pensarci. Loro, invece, calpestano il cielo e tirano dritto nel fango, accecati da un furore agonistico che certifica una lealtà da discount.

Nessun dramma, sia chiaro. Testa altissima. La squadra ha giocato con grinta, tenuto botta e lottato fino all’ultimo respiro e un pareggio sarebbe stato il giusto risultato. Ma fateci un favore: per oggi risparmiateci la solita, insopportabile litania consolatoria del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Oggi il bicchiere, semplicemente, ce l’hanno rubato dal tavolo.

Si incassa il colpo e si mastica amaro. Suonati sì, ma con la schiena dritta. Adesso si chiudono le valigie e si torna a casa, tra le mura amiche, a respirare finalmente il calore dell’isola. Con la rabbia fisiologica di chi ha subìto un torto, ma con l’orgoglio feroce di chi ha dimostrato, ancora una volta, di avere un’anima che non si arrende mai.

Rabbia. Sudore. Riscossa.

Massimo Piras

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