Sul triste epilogo della stagione della Dinamo Sassari c’è poco da dire: il Banco ha meritato la retrocessione. Un’annata di rifondazione, considerati i tanti addii della scorsa estate (non solo ai piani alti di via Pietro Nenni, ma anche nel roster a disposizione di coach Bulleri prima e coach Mrsic poi), che ha portato a una dolorosa retrocessione. Una A2 arrivata ben prima della gara persa ieri 3 maggio per 73-80 contro Bologna. Ma che ha radici più profonde, ovvero dal doppio ko contro Treviso in casa e Cantù in esterna. Una doppia sconfitta che ha gettato i biancoblù nelle sabbie mobili della classifica senza un minimo appiglio a cui aggrapparsi per provare a tirarsi fuori. Una retrocessione che sebbene sia dolorosa, allo stesso tempo non va vista come la fine, quanto più come la possibilità di un nuovo inizio, utile per tracciare una linea e gettare le basi per costruire un nuovo futuro.
Pressione
All’indomani di un 3 maggio che rimarrà nella storia dello sport sardo, ci sono tante cose da analizzare, sia in campo che fuori. A partire dal parquet del PalaSerradimigni, passando dalla panchina, per arrivare alla tribuna tra proprietà, dirigenti e tifosi. La sfida contro la Virtus altro non ha fatto che confermare quanto visto da dopo il successo contro Trento, ovvero dal “settebrutto” di sconfitte incassate consecutivamente dai sassaresi (quindi i ko contro Reggio Emilia, Milano, Treviso, Cantù, Varese, Venezia, Bologna). Una squadra fragile, incapace di tirare fuori gli artigli nei momenti chiave del match, di reggere la pressione di una gara e del momento storico del campionato, ma anche troppo dipendente e succube degli eventi. Un gruppo abile nel mostrare il volto migliore solo nelle poche occasioni in cui, durante le varie sfide, ha avuto il vento in poppa.
Leader
Passando alla panchina, coach Mrsic ha fatto il possibile, considerata una squadra non costruita secondo i suoi dettami e le sue idee, ma allo stesso tempo l’allenatore nativo di Spalato è colpevole, come affermato dal tecnico stesso, di non aver avuto il coraggio di prendere delle decisioni forti: “Ho sbagliato a chiudere gli occhi in alcune occasioni, pensando che il tempo avrebbe risolto tutto. Già dal primo mese in cui sono arrivato c’erano alcune situazioni che non andavano“. Responsabilità, senza dubbio, ma allo stesso tempo onestà intellettuale da parte di chi, nel bene o nel male, ci ha sempre messo la faccia ed è stato l’unico a farlo dopo il suono dell’ultima sirena del match contro Bologna. A differenza di chi è stato scelto come capitano, quindi Thomas, che sarebbe dovuto intervenire in conferenza stampa, ma all’ultimo ha deciso di non presenziare, o di chi tesse le trame e tiene le redini della società. Ed è strano anche questo perché negli anni passati, vuoi il presidente Sardara, vuoi il GM Pasquini o il direttore generale Jack Devecchi, nella burrasca hanno sempre fatto conoscere il punto di vista del club.
Società
Un silenzio che pesa, che fa male, che lascia in balia degli eventi un po’ tutti. In particolare i tifosi, che fino all’ultimo hanno dimostrato il proprio supporto ai biancoblù. Che durante i 40 minuti delle varie gare, hanno sempre soffiato dietro la Dinamo e che solo alla fine dei match e soprattutto dopo la gara con Bologna hanno dimostrato il loro disappunto, tra striscioni e fischi. Ma nonostante tutto il pubblico si è dimostrato maturo, perché dopo i fischi, ha mandato un applauso di incoraggiamento, malgrado la disfatta della retrocessione. Durante l’anno si è puntato il dito sull’affluenza e la gara contro Venezia ha fatto registrare il record stagionale di presenze e contro Bologna si è andato oltre i 3000 spettatori. Si è puntato il dito – giustamente – sul mancato apporto di Thomas in stagione. Si è puntato il dito anche contro alcune scelte arbitrali e contro chi, da ex, ha avuto parole non bellissime nei confronti del club biancoblù. Si è anche puntato il dito su un sistema che nel basket femminile non agevola la sopravvivenza dei vari club, fattore che tra le altre cose ha messo la parola fine al progetto Dinamo Women. Quello che è mancato però, è stato puntare il dito per indicare la posizione e il punto di vista del club, per capire quello che sarà il futuro o anche solo per dare una spiegazione su quanto accaduto. La cosa certa, salvo ripescaggi, è che dopo la trasferta di Brescia il futuro sarà la A2, ma come si ripartirà dopo questa retrocessione? Quale strada si seguirà? La Dinamo ha la forza per ritornare subito in LBA? Si attendono risposte.
























