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Sardi on the Road | Kujabi: “Sassari la mia seconda casa, alla SPAL per tornare tra i professionisti”

Kujabi Kalifa festeggia il primo gol con l'Hermannstadt
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Dalla Sardegna alla Romania, passando per Frosinone, prima di ripartire dalla SPAL. Kalifa Kujabi, centrocampista classe 2000, ha scelto Ferrara e il campionato di Eccellenza per rimettersi in gioco dopo un lungo stop causato da una frattura da stress al piede. Un nuovo capitolo per il gambiano, che in Sardegna ha vissuto alcune delle tappe più significative della sua carriera, prima con il Muravera e poi con la Torres, conquistando la promozione in Serie C con i rossoblù. Dai ricordi di Sassari al rapporto con Francesco Loi e Alfonso Greco, passando per l’esperienza al Frosinone e il legame speciale con Guido Angelozzi, dirigente che ha creduto nelle sue qualità. Tra passato e presente, Kujabi si racconta ai nostri microfoni con un obiettivo ben preciso: ritrovare continuità e dimostrare di poter ancora dire la sua nel calcio professionistico.

Kalifa, partiamo dalla tua nuova avventura in Eccellenza con la SPAL. Cosa ti ha spinto a rimetterti in gioco a Ferrara e come ti stai trovando?
“Sono rimasto fermo per un po’ a causa di una frattura al piede. Quando il medico mi ha dato il via libera per tornare a giocare, la SPAL mi ha contattato chiedendomi di dare una mano alla squadra. Allo stesso tempo, anche loro hanno aiutato me, offrendomi la possibilità di tornare in campo dopo tanto tempo. Appena arrivato ho notato il livello della squadra: la società è molto organizzata e punta a tornare tra i professionisti entro due o tre anni. Mi trovo benissimo”.

Nonostante la categoria, si respira ancora l’aria del professionismo? Si percepisce la voglia della piazza di tornare a quei livelli?
“Assolutamente sì. Anche domenica abbiamo giocato in casa e la curva era piena. Si sente quanto la piazza desideri tornare dove merita. È bello poter ripartire da qui”.

Facciamo un passo indietro e torniamo in Sardegna, dove hai vestito la maglia del Muravera, oggi Costa Orientale Sarda. Che ricordi conservi di quell’esperienza?
“Muravera fa parte della mia storia. Ringrazierò sempre la città, i direttori e i dirigenti. Mister Loi ogni tanto mi scrive ancora e sono rimasto in contatto anche con altre persone della società. Sono legatissimo a quel posto, anche perché mia figlia vive lì”.

Hai citato Francesco Loi, un allenatore importante nel tuo percorso. Cosa ti ha trasmesso?
“Il mister è stato fondamentale per me, mi ha aiutato tantissimo. Mi ha fatto capire come funzionasse il calcio italiano e mi ha insegnato a essere più aggressivo a centrocampo. Qui il calcio è molto fisico e, con il passare degli anni, ho capito quanto fossero importanti i suoi insegnamenti”.

Poi è arrivata la chiamata della Torres, con cui hai vissuto la promozione dalla Serie D alla Serie C. Cosa ti ha lasciato l’esperienza a Sassari?
“A Sassari sono stato benissimo. Il primo anno abbiamo vinto i playoff di Serie D ed è stata un’esperienza bellissima. Per me è stata una seconda casa. Ogni tanto sento ancora Gigi Scotto e Diakite, anche se adesso lui è andato via. Il secondo anno non è andato come speravo, anche a causa dell’infortunio al ginocchio, ma queste cose fanno parte del calcio. Mi sono divertito tanto e ho costruito bellissimi rapporti con tutti. Se un giorno mi volessero di nuovo a Sassari, non ci sarebbero problemi. Adesso, però, sono concentrato sulla SPAL”.

A Sassari hai lavorato con Alfonso Greco. Che ricordo hai del tecnico?
“Con lui ho avuto la possibilità di andare al Frosinone. Mi ha insegnato tante cose che mi sono tornate utili anche nelle esperienze successive, in Italia e all’estero. Nel secondo anno ho trovato meno spazio, ma posso soltanto ringraziarlo”.

Proprio a Frosinone hai condiviso lo spogliatoio con diversi giocatori che oggi stanno facendo bene in Serie A. Che ambiente avevi trovato?
“Il Frosinone è una società che punta spesso su giovani affamati, ragazzi che vogliono arrivare in alto. Ricordo bene Oyono, Bracaglia, Palmisani e Monterisi. Avevamo un gruppo incredibile, capitanato da Lucioni, un vero leader che ricordo con grande piacere”.

Durante la tua esperienza in Ciociaria hai conosciuto anche Guido Angelozzi, con cui sembra essersi creato un rapporto speciale…
“Alcuni amici mi prendevano in giro perché pensavano che fosse mio padre. Guido mi chiedeva sempre come stessi. All’inizio non mi era ancora arrivato il passaporto e lui mi cercava spesso, mi chiamava per sapere come andassero le cose. Quando sono andato a Cluj sono tornato a trovarlo a Frosinone: mi ha fatto parlare con il mister e abbiamo seguito l’allenamento dei ragazzi. Per me Guido sarà sempre il numero uno tra i direttori sportivi”

Un’altra parentesi importante della tua carriera è stata quella in Romania, tra Cluj ed Hermannstadt. Come è andata?
“Dal Cluj sono passato all’Hermannstadt perché non c’erano più posti disponibili per i giocatori extracomunitari. Sono andato lì in prestito e ho vissuto un primo anno bellissimo. Abbiamo vinto i playoff per accedere alle qualificazioni di Conference League. Poi, nel secondo anno, è arrivata la frattura da stress al piede. Ma ricordo con piacere questa esperienza”.

Kalifa, chiudiamo guardando al futuro. A 26 anni, dopo tante esperienze e diversi infortuni, senti di avere ancora qualcosa da dimostrare nel calcio professionistico?
“Certamente. Sono venuto alla SPAL proprio per ripartire. Dopo essere rimasto fermo per più di sette mesi, ho bisogno di giocare e ritrovare continuità. Voglio aiutare la SPAL a raggiungere i suoi obiettivi. Ogni volta che sembravo aver trovato continuità, un problema fisico mi ha costretto a fermarmi. Spero di riuscire finalmente a giocare con regolarità e dimostrare il mio valore alle persone che hanno creduto in me, come Guido Angelozzi. Lui raramente ha sbagliato con i giovani: Gatti, Boloca e Oyono sono alcuni esempi. Sono tutti giocatori da Serie A. Voglio dimostrare anch’io quello che so fare”.

 

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