“Mi pongo sempre la stessa domanda: come voglio perdere? Voglio tornare a casa dopo una sconfitta sapendo che abbiamofatto quello che volevamo. Non voglio tornare a casa dopo una sconfittapensando che non siamo stati noi stessi. Se ci è mai successo, mi ha fattodavvero male”. Le parole di Cesc Fabregas si sposano perfettamente con quanto messo in campo dal Cagliari nella sconfitta per 4-2 maturata all’Olimpico contro la Roma. Dopo le due battute d’arresto contro Monza e Bologna, infatti, Fabio Pisacane può guardare alla sfida contro i giallorossidi Gianpiero Gasperini con un umore differente rispetto alle precedenti due gare da zero punti. E lo può fare perché atteggiamento e gestione dei momenti da parte del collettivo hanno dato risposte che erano mancate sia contro il Monza che contro il Bologna, soprattutto nel secondo tempo di entrambe lepartite. Di fronte alla Roma, al netto di errori quasi fisiologici e di problemi strutturali difficilmente superabili, il Cagliari è riuscito invece a portare avanti il proprio piano gara anche dopo lo svantaggio per 2-1, venendo punito soltanto nella fase finale del match.
Gestione e verticalità
Il Cagliari, consapevole delle caratteristiche delle squadre di Gasperini, ha provato a gestire il ritmo senza né forzare le giocate né andare alla ricerca costante di duelli con conseguente creazione di seconde palle, situazioni nelle quali la Roma – come lo era l’Atalanta del tecnico piemontese – è maestra. Pur di fronte a un avversario di livello superiore, i rossoblù hanno provato a giocare il pallone in due modi definiti, alternando le uscite dal basso palla a terra ai palloni diretti per il centravanti. Nel primo caso con il classico gioco a tre visto nella prima parte di stagione, cercando il riferimento di Deiola e Romano e sfruttando l’abilità di Adopo nel passare dalla fase di copertura alla transizione positiva in verticale.
In diverse occasioni Deiola e compagni hanno provato l’alternativa della conduzione, soprattutto con Romano, in luogo della giocata con il terzo uomo diretta alla ricerca della profondità. Una soluzione che è diventata efficace almeno a livello potenziale perché alla corsa palla al piede è stata abbinata la corsa in avanti senza palla di più elementi, da Sugawara a destra a Obert a sinistra, con Adopo, Fadera e Nzola a completare il pacchetto di incursori nella trequarti giallorossa. Soprattutto l’ala gambiana ha avuto un compito ben preciso, quello di partire largo sulla sinistra per creare lo spazio per gli inserimenti sia di uno dei due mediani sia attaccando in prima persona il corridoio tra centrale e braccetto.
Un esempio dell’importanza di Adopo si è visto in occasione del tiro del centrocampista francese parato da Gollini. Sfruttando il lavoro sul lato opposto di Obert che, da terzo uomo, è andato in verticale per ricevere dopo la combinazione corto-lungo tra Nzola e Deiola, il numero 8 rossoblù ha prima atteso lo sviluppo in una sorta di controllo preventivo dell’eventuale transizione giallorossa, per poi attaccare in avanti non appena l’azione ha visto Obert essere liberato sulla sinistra. Una giocata simile, per certi versi, a quella che ha portato all’angolo del momentaneo vantaggio del Cagliari su rigore di Nzola.
La seconda opzione di uscita, quella con il pallone lungo a scavalcare il centrocampo verso la punta centrale, è stata un’altra chiave del piano gara messo in atto dal Cagliari di Pisacane. Puntando anche inquesto caso sia su Fadera prima largo e poi pronto ad attaccare in diagonale verso il centro, sia su Adopo e la sua capacità di dare equilibrio e, allo stesso tempo, di capire il momento giusto per il supporto all’azione offensiva. Il lavoro di Nzola, abile nel pulire palloni e nel gioco di sponda, è stato anch’esso determinante nel mettere in difficoltà l’uomo su uomo della squadra di Gasperini.

Si è vista nell’arco dei novanta minuti anche un’altra costante nelle uscite del Cagliari, ossia la combinazione tra le due opzioni citate in precedenza. Lo sviluppo dal basso, senza buttare via il pallone per paura, ha prodotto la giocata con il terzo uomo per poi andare sul lungo con un lancio verso il riferimento offensivo e la giocata del centravanti abbinata al movimento di Fadera a tagliare dall’esterno verso il centro. Una situazione che ha messo in difficoltà la Roma, con il campo aperto dal Cagliari che ha reso gli uno contro uno di Gasperini meno densi e dunque meno efficaci.
Fadera vs Maldini, dall’ampiezza allarifinitura
All’interno di una gara giocata con un piano ben definito, lo spazio per un cambio in fase offensiva si è avuto con l’ingresso di Maldini. Che non solo ha modificato la modalità di attacco degli spazi, passando dall’ampiezza per poi andare verso il centro di Fadera alla ricerca della zona di rifinitura del capocannoniere rossoblù, ma anche se non soprattutto la pulizia tecnica nell’ultimo terzo di campo. Il Cagliari,infatti, ha avuto diverse situazioni potenziali che non sono diventate occasioni reali solo per errori al momento dell’ultima scelta – tecnici e di decisioni – mentre con l’ingresso in campo di Maldini la vera unica occasione dei rossoblù è stata sfruttata pienamente con la verticale di Caprile -rasoterra – alla ricerca del numero 70 libero tra le linee e la successiva abilità nello stretto e nella rifinitura proprio di Maldini.
A garantire l’ampiezza data in precedenza da Fadera ci hanno pensato Obert a sinistra – sul corridoio appunto liberato dal gambiano e lasciato vuoto da un Maldini più centrale – e Sugawara a destra che, inoccasione del 2-2, ha dato maggiore spinta tenendo così occupato Wesley e permettendo lo sviluppo dell’azione e il conseguente gol.

Gasp, elogio delle catene laterali
Se da una parte Fadera, con la posizione a fissare l’ampiezza, ha creato problemi alla difesa della Roma – pur difettando tecnicamente nell’ultimo terzo di campo – dall’altra il gambiano ha faticato e non poco in fase di non possesso, lasciando spesso e volentieri Obert solo controdue giocatori giallorossi e senza che Deiola (o Romano) siano stati in grado di aiutare l’esterno slovacco. Il Cagliari, quando chiamato a difendersi con un blocco medio, ha mostrato un 5-2-2-1 con un quadrilatero centrale formato dai due mediani e, appunto, da Fadera e Adopo. Per il primo il compito sembrava quello di schermare il mezzo spazio spesso attaccato da Mancini, ma il risultato è stato di non coprire a dovere le triangolazioni laterali della Roma.
Fin dai primi minuti l’idea della Roma è stata chiara. Da una parte con Molina e Pisilli creare densità senza attaccare in verticale, anche perché Adopo garantiva adeguata protezione a Sugawara. Dall’altra maggiore velocità con utilizzo costante di triangolazioni e movimenti senza palla con rotazioni da parte del trio Mancini-Lulli-Soulé. Il braccetto di destra (Mancini) andava spesso e volentieri in corsa verticale a occupare il mezzo spazio tra Rodriguez e Obert, con Soulé libero di vagare trale linee e Lulli a fissare l’ampiezza senza che Fadera ripiegasse per coprirequel corridoio laterale.
In questi casi l’unica alternativa possibile, fermo restando la scelta di mantenere Fadera più alto, era la scalata di Romano o Deiola a coprire il mezzo spazio, a maggior ragione quando Rodriguez veniva costretto a rompere la linea per seguire Soulé. L’occasione nei primi minutiche ha portato Mancini a concludere è un esempio perfetto della difficoltà del Cagliari nel coprire questa giocata dei giallorossi. Con il fantasista argentino libero di imbucare, Mancini attacca in verticale senza che né Romano né Mina coprano lo spazio lasciato da Rodriguez, un errore nelle scalate che risulterà decisivo praticamente in tutti i gol dei padroni di casa.

Mina vagante
“Il mio pensiero al pareggio? Era un gol che si poteva evitare, abbiamo sbagliato una scalata, così come nel gol successivo”. Parole di Fabio Pisacane nel post partita ai microfoni di Sky, parole che spiegano in gran parte le difficoltà del Cagliari in tre dei quattro gol subiti. Le reti di Lulli, Pisilli e Mora – oltre quella di Malen – possono essere additate a caldo ai protagonisti in negativo più evidenti, ossia a Obert (nel primo) e Sugawara (nel secondo e nel terzo) che perdono i rispettivi duelli contro gli avversari diretti del momento. A freddo, però, i gol della Roma hanno ragioni più ampie che sono un riassunto delle peculiarità di Gasperini e della serata difficile di Mina. Il colpo di testa dell’1-1 di Lulli parte, ad esempio, da una riconquista alta da parte dei padroni di casa a seguito di un lancio imperfetto del colombiano, a quel punto fuori posizione ediventato idealmente braccetto destro con Zé Pedro come centrale puro.
Quando Molina arriva al cross si ripete una situazione molto simile a quella che portò al gol del pareggio di Kolo Muani nella sfida contro la Juventus. Intanto la poca aggressività sull’argentino da parte di Sugawara, come accadde allora su Alajbegovic. In seconda battuta c’è lo scivolamento eccessivo della linea difensiva verso la zona della palla, con Mina fuoriposizione e senza un riferimento, lasciando dunque Zé Pedro su Pisilli, Deiola su Castro e soprattutto Rodriguez su Soulé, con Obert senza aiuto sull’accorrente Lulli. Infine c’è proprio lo slovacco che ha lo svantaggio di partire quasi da fermo contro il diretto avversario – al contrario in corsa – e che perde il duello aereo senza opporre un’adeguata resistenza.

Il primo vantaggio della Roma è invece la logica conseguenza dei tentativi di attaccare con le catene laterali il lato sinistro della difesa del Cagliari per poi chiudere sul lato opposto con l’inserimento o del centrocampista o del quinto. La squadra di Gasperini trova la superiorità numerica sulla fascia, evidente il triangolo formato da Mancini, Soulé e Lulli e l’uomo in meno dei rossoblù in quella zona, con Fadera che scherma la linea di passaggio di De Roon laddove già Deiola alle sue spalle svolge quel compito.
La giocata della Roma porta, come in precedenza, Mancini dentro l’area del Cagliari, con Soulé che ha nel frattempo costretto Obert all’uscita e con Rodriguez impegnato sul braccetto in proiezione offensiva, mentre Lulli si liberava sulla corsia senza che né Fadera -rimasto alto e fermo nella propria posizione – né Deiola – sorpreso e poco reattivo – vadano a coprire la zona dell’esterno di Gasperini. Zé Pedro su Castro e Sugawara su Pisilli completano il reparto alla voce riferimenti, con Mina che vaga da battitore libero e che, teoricamente, potrebbe sia scalare su Castro – liberando Zé Pedro che avrebbe così potuto aiutare il compagno giapponese – o attaccare il cross, come effettivamente prova a fare in tuffo di testa senza successo.

Il terzo gol dei giallorossi, quello decisivo per la vittoria, è un esempio che racchiude tutti i dettagli analizzati in precedenza. Il Cagliari, forte del 2-2 e fisiologicamente costretto dalla Roma al passaggio al blocco basso, si difende con un 5-4-1 compatto e attento ai cinque canali verticali. L’azione si sviluppa sulla sinistra d’attacco dei padroni di casa, con i rossoblù che coprono il campo in larghezza e attendono l’eventuale imbucata.
La giocata si sviluppa quindi da sinistra a destra, Soulé va all’uno contro uno contro Obert mentre Ghilardi si sovrappone esternamente senza che Maldini lo segua a uomo. Decisione condivisibile, perché Liteta può scalare a copertura dello spazio occupato da Wesley e Rodriguez andare ad attaccare su Ghilardi. Interessante però ciò che avviene a centro area, propedeutico all’errore che porta al gol. Si crea, infatti, un tre contro tre ideale, con Mina che potrebbe (e dovrebbe) avere Malen come riferimento,mentre Zé Pedro e Sugawara – come da chiara indicazione del primo al secondo –possono prendere in carico rispettivamente Mora e Koulierakis.
Non appena Ghilardi arriva al cross è evidente, però, come Mina sia ancora una volta “vagante”, svolgendo compiti da libero vecchio stampo e lasciando un tre contro due al centro dell’area. Sugawara si ritrovatra due fuochi, dovendo prima seguire Koulierakis e poi accorciare su Mora unavolta che Zé Pedro, vista la scelta di Mina, è costretto ad andare su Malen, sicuramente il pericolo più grande tra quelli possibili. La frittata è fatta, insomma. Perché una volta che la palla arriva a centro area, Sugawara è infisiologico ritardo su Mora, mentre Zé Pedro ha dovuto giocoforza scalare su Malen con Mina che resta in una sorta di terra di nessuno senza né poter attaccare il pallone né prendere un avversario (Malen) come riferimento.

Sarà interessante vedere come Pisacane gestirà una situazione simile contro la Lazio, squadra che soprattutto a sinistra cerca di sviluppare il gioco con le combinazioni tra Tavares, Taylor e Zaccagni per poi andare a chiudere o direttamente con uno dei tre o, alternativamente, sul lato opposto con Isaksen, Frattesi e Floriani, senza dimenticare i movimenti a creare spazio da parte di Noslin. Una sfida con connotati differenti rispetto a quella contro la Roma, ma con alcuni dettagli comuni che rispecchiano quelli che hanno reso complessa la gara contro i giallorossi e che potranno dare risposte sulla capacità di imparare dal percorso da parte dei rossoblù.
M.Z.





















