Nonostante il successo in Spagna e una maturità calcistica ormai conclamata tra le fila del Real Oviedo, Santiago Colombatto parla ancora dell’Italia come di una casa lasciata troppo presto. Abbiamo fatto una chiacchierata con l’argentino ex Cagliari per capire come sia cresciuto e per sapere se “quel giro del mondo” iniziato nel 2019 sia prossimo alla tappa del ritorno.
Santiago, nel 2024 dicevi che il Real Oviedo era un club ambizioso che sognava la Liga dopo vent’anni. Oggi che quella categoria l’hai conquistata e la stai giocando da protagonista, senti di aver completato il tuo “debito” con il calcio spagnolo o la sfida è appena iniziata?
“Sono arrivato qua a Oviedo perché volevamo andare nella Liga, quindi quando mi ha contattato il presidente, che conosco da tanto tempo, sapevo bene qual era l’obiettivo del club. Adesso che siamo nella Liga stiamo attraversando un periodo molto complicato perché non stiamo riuscendo a conquistare quello che volevamo. Non so veramente se ho già saldato il mio “debito” o se questo è solo l’inizio di qualcosa di importante in futuro. L’unica cosa che so è che manca un po’ alla fine del campionato e abbiamo ancora la possibilità di salvarci, ma so che sarà molto difficile. Quello che so con certezza è che in futuro mi piacerebbe tornare in Italia”.
Hai girato il mondo: Argentina, Belgio, Messico, Portogallo e ora la Spagna. Eppure, in ogni tua dichiarazione emerge sempre l’Italia. Cos’hanno il calcio italiano e la vita in Italia che non sei riuscito a trovare in nessun altro Paese?
“L’Italia è stato il primo Paese in cui sono arrivato dall’Argentina. Mi identifico sempre con Cagliari perché mi ha aperto da subito le porte e ci sono stato tanti anni, nonostante non abbia giocato tanto. Andavo spesso in prestito, solo il primo anno ho giocato un po’ nella Primavera e un po’ nella Prima Squadra. I sardi sono molto alla mano: inizialmente quando arrivi sono un po’ più “chiusi” ma quando ti aprono il cuore sono fantastici. Si vuole sempre tornare nei posti cui si viene trattati bene e in cui ci si sente un po’ identificati. Ho diversi amici a Cagliari, sento ancora i compagni della Primavera, come Mirko Loi, Paolo Arca, Luigi Scanu, Elia Alberti, Federico Serra, e tanti altri. Quando torno a Cagliari solitamente ci incontriamo e organizziamo una cena”.
Parliamo del Cagliari: hai detto che lasciare la Sardegna a 22 anni è stato l’errore più grande della tua carriera. Se potessi tornare indietro a quel giorno nel 2019, cosa diresti al Santiago di allora per convincerlo a restare?
“Come dici tu, quella è stata una scelta sbagliata perché non ho pensato ed ero arrabbiato per la situazione e per il momento che stavo passando. In quattro anni ho giocato un anno a Cagliari e per 3 anni sono andato in prestito. L’ultimo anno sono andato in prestito al Verona e abbiamo vinto il campionato, poi sono andato nella Nazionale argentina e abbiamo vinto anche lì. Sono tornato poi a Cagliari e sono dovuto andare ad allenarmi con un preparatore, quando in realtà sarei voluto rimanere a Cagliari in quel momento, quindi un po’ la rabbia e tutto l’insieme mi hanno portato a commettere un errore. Pensandoci oggi e potendo tornare indietro la scelta giusta sarebbe stata un’altra, aspettare un po’ e vedere tutto con più calma. Avevo ancora il contratto con il Cagliari e
avrei dovuto aspettare la mia opportunità, perché era quello che volevo. Volevo far vedere che potevo giocare al Cagliari. Quell’opportunità non mi è stata data e io ho sbagliato ad arrabbiarmi e fare una scelta affrettata”.
Hai giocato con la maglia del Cagliari in Serie B e Coppa Italia, ma ti manca l’esordio in Serie A con i rossoblù. Spesso i tifosi invocano il tuo ritorno: senti che questo legame con la piazza sia dovuto più a ciò che hai dato o a “quello che avrebbe potuto essere”?
“A parer mio a Cagliari non ho dato niente rispetto a quello che ho ricevuto dai tifosi. Mi hanno accolto molto bene e io non ho potuto far vedere quello che potevo dare al Cagliari in quel momento. Per me è ancora un sogno perché ci tengo molto a poter tornare lì un giorno e fare tutto ciò che non ho potuto fare. Sono arrivato a 17 anni e me ne sono andato quando ne avevo 22. Dico sempre che mi è rimasto un po’ l’amaro in bocca per non aver esordito in Serie A con il Cagliari. Ma non si sa mai nella vita”.
Oggi sei un giocatore molto diverso: hai vinto una coppa in Messico, hai giocato le Olimpiadi e ora affronti i campioni della Liga. In cosa Colombatto “europeo” di oggi sarebbe più utile al centrocampo del Cagliari rispetto al ragazzo della Primavera di Max Canzi?
“Penso che l’esperienza sia la cosa principale. Quando hai qualche anno in più e hai giocato in diversi campionati, vissuto esperienze diverse, arrivi in una fase in cui l’esperienza è tutto e sei molto più completo. È fondamentale sentire cosa vogliono i tifosi e cosa si aspettano da te. Sono molto importanti anche la voglia e la grinta che si hanno nel voler realizzare un sogno e raggiungere un
obiettivo. Per me tutto ciò è importantissimo”.
A Oviedo condividi lo spogliatoio con una leggenda come Santi Cazorla. Qual è la lezione più preziosa che hai imparato da lui e che porteresti con te in un eventuale spogliatoio italiano?
“L’umiltà. L’umiltà dei campioni. Santi ha giocato nelle squadre top e ha vinto tante cose, ma la sua umiltà è incredibile: il modo in cui si comporta con i compagni, come aiuta. Poi lo vedi allenarsi ed è una cosa incredibile, nonostante abbia già 40 anni sembra essere un ragazzo di 19. Ciò che mi porto di lui e che mi ha colpito di più è quindi l’umiltà e il modo in cui tratta i compagni, come affronta le partite, che è molto importante per l’età e per il campione che è lui.”
La tua famiglia è cresciuta, i tuoi figli Francesco e Roma sono nati mentre la tua carriera prendeva il volo lontano dall’Italia. Quanto influisce il desiderio di stabilità familiare nella tua voglia di tornare a vivere e giocare in Italia?
“Influisce tanto. Quando hai una famiglia e dei bimbi, che vanno a scuola, quello che vuoi per la tua carriera è diverso. Loro non conoscevano niente dell’Italia e di Cagliari, neanche mia moglie, perché poco dopo esserci conosciuti siamo andati via. A giugno dell’anno scorso siamo stati in Sardegna e a Cagliari e ho avuto la fortuna di fargliela conoscere un po’. Siamo andati allo stadio e alla foresteria, dove ho vissuto un anno. Hanno visto un po’ della mia storia e dove è iniziato tutto. Per me è stato molto importante poterli portare lì perché è stato un capitolo molto importante della mia vita. Anche poterli riportare a Cagliari in un futuro è un mio sogno e sarebbe molto bello. A loro è piaciuta molto e gli piace anche la Sardegna in generale, che è bellissima.”
Basandoti sulle tue caratteristiche e guardando l’attuale Serie A, c’è un allenatore o un sistema di gioco in cui ti vedresti perfettamente integrato?
“Le mie caratteristiche sono cambiate durante gli anni. Oggi sono più intenso, sono un giocatore che può aiutare sia l’attacco sia la difesa. Mi piace Conte e mi piace molto Gattuso, perché l’ho avuto un paio di mesi quando ero a Pisa. Oggi è arrivato in Nazionale: è molto grintoso e secondo me è ciò di cui ha bisogno l’Italia, i giocatori hanno bisogno della motivazione che dà lui. L’Italia non va al mondiale da due edizioni e, a parer mio, per la grandezza di questa Nazionale, ha bisogno di regalare gioia ai suoi tifosi. Secondo me lui è il numero uno, e lo dico perché l’ho vissuto, anche se per poco tempo. Dico sempre che in quel momento mi sarebbe piaciuto viverlo un po’ di più. Comunque secondo me Gattuso e Conte sono incredibili.”
Hai giocato negli stadi più caldi del mondo, dalla Bombonera al Carlos Tartiere di Oviedo. Se dovessi visualizzare il tuo prossimo grande obiettivo, lo vedi più legato a un trofeo alzato con il Real Oviedo o a una “sfida impossibile” da vincere in Italia, riportando in alto una piazza storica che ti è rimasta nel cuore?
“Questa è difficile. Non lo so, queste cose non si sanno mai. Ovviamente mi piacerebbe vincere qualcosa con l’Oviedo, anche se siamo andati nella Liga mi piacerebbe aver l’opportunità di costruire qualcosa di importante, perché ci sono già da tre anni. Poter alzare un trofeo qua sarebbe una cosa incredibile. Mi piacerebbe anche, come dico sempre, poter realizzare quei sogni che ho da quando sono piccolo e che non sono riuscito a realizzare in passato.”
Chiudiamo con una domanda un po’ più “scomoda”: se un domani dovesse squillare il telefono e dall’altra parte ci fosse il prefisso di Cagliari, saresti disposto a fare delle rinunce pur di chiudere quel cerchio rimasto aperto diversi anni fa?
“Certo, io non ho dubbi su questo, gioco per compiere i miei sogni: ho tanti obiettivi e se me ne fisso uno faccio di tutto per raggiungerlo. Certo che mi farebbe tanto piacere in un futuro tornare dove ho iniziato. Non si sa mai, potrebbe anche non accadere. Personalmente, però, penso e ho sempre pensato che in un futuro sicuramente succederà”.















