abulìa s. f. [dal gr. ἀβουλία, comp. di ἀ- priv. e tema di βούλομαι «volere»]. – Mancanza o insufficienza di volontà nel prendere una decisione o eseguire un’azione, che si manifesta in alcune sindromi nevrotiche e in alcune psicosi. Nel linguaggio corrente, inerzia della volontà, indolenza apatica: vincere l’a., scuotersi dall’abulia.
Tracollo
Abbiamo preso in prestito le parole del dizionario Treccani per descrivere il momento vissuto dal Cagliari di Fabio Pisacane, reduce dal ko pre-pasquale (a proposito: auguri di Buona Pasqua ai nostri lettori e lettrici) di Reggio Emilia contro un rilassato Sassuolo, che si è ritrovato a vincere 2-1 senza probabilmente nemmeno desiderarlo fino in fondo. Sì, perché ai neroverdi di Fabio Grosso sono bastate un paio di sgasate per avere la meglio di un Cagliari, per l’appunto, abulico e incapace – per l’ennesima volta in stagione – di capire i momenti della gara e, soprattutto, pronto ad accontentarsi del punticino invece che provare ad aggredire una gara in cui i padroni di casa avevano lasciato fin troppo spazio di manovra ai rossoblù. I quali, invece, hanno disputato solo un primo tempo dignitoso grazie anche a un Sassuolo senza alcuni totem (Matic e Muharemovic) e in modalità balneare. E così è arrivata la sconfitta numero 15 in stagione, la quarta di fila e la sesta nelle ultime otto giornate. La vittoria manca ormai da 64 giorni, da quell’ormai lontano 31 gennaio quando i rossoblù di Pisacane maltrattarono l’Hellas Verona per 4-0 all’Unipol Domus. Poco più di due mesi che, nell’immaginario comune della tifoseria, ormai sembrano quasi diventati anni. Quel Cagliari toccò quota 28 punti con quindici gare ancora da giocare: in quel momento, numeri alla mano, sembrava un’eresia parlare di rischio di una retrocessione. “Servirebbe un harakiri totale per rovinare questo trend”, ho detto e ripetuto in quel periodo, credendo sinceramente che nonostante gli infortuni, nonostante l’inesperienza di allenatore e parte della rosa, questo Cagliari potesse legittimamente ambire a tenere lontana la zona rossa. Invece è arrivato il tempo di un inopinato harakiri sportivo per un gruppo crollato su se stesso, incapace di trovare forza e convinzione nei suoi leader. I rossoblù hanno fatto come capita sovente d’estate con il mare piatto ai grandi traghetti che collegano la Sardegna alla Penisola: a metà navigazione il comandante decide di spegne un motore per risparmiare carburante, raddoppiando però il tempo della traversata. Ecco, così sembra aver fatto il Cagliari, staccando la spina a gennaio considerandosi già salvo, sottovalutando la capacità di reazione delle rivali per la salvezza. Un errore che, in attesa dei risultati di Cremonese e Lecce, ora rischia di essere sempre più fatale.
Pasqua amara
Tornando alla partita, a Reggio Emilia si è visto il solito Cagliari degli ultimi mesi nonostante un approccio iniziale migliore rispetto al recente passato. Deiola e soci hanno provato a occupare gli spazi lasciati liberi dal Sassuolo, trovando il gol dell’illusorio vantaggio con Esposito – bravo a trasformare il penalty da lui stesso guadagnato – ma senza riuscire ad assestare il colpo del ko. Troppa leggerezza nella gestione della palla, soprattutto nell’ultimo terzo di campo: Gaetano, pur essendo ancora “monopasso” per via di una condizione fisica non ottimale (e ci mancherebbe altro, vista la lunga lista di infortuni), ha dato ordine e palleggio al centrocampo ma non sempre i compagni lo hanno assecondato. Palestra, reduce dal flop in azzurro, ha avuto più spazio per lasciare il segno sul match ma non è stato decisivo come altre volte. Esposito è stato l’unico a cercare di far male al Sassuolo, mentre Folorunsho ha mostrato ancora una volta di non essere particolarmente utile alla manovra giocando in attacco, a differenza delle prestazioni offerte da mezzala prima dell’infortunio di dicembre. Mentre in difesa, tolto l’inossidabile Zé Pedro (che ha annullato Laurienté), gli altri tre – Mina, Rodriguez e Obert – hanno diverse responsabilità nei momenti topici di una gara in cui il Sassuolo, ripetiamo, non ha certamente giocato alla morte, anzi. Nella ripresa i neroverdi hanno ribaltato il risultato con le ennesime due gestioni difensive ingenue (eufemismo) da parte del Cagliari: sul gol di Garcia tutto il Cagliari è in area di rigore, lasciando libero lo svizzero di calciare in solitudine dal limite dell’area, con Caprile coperto nella visuale da quattro compagni. Sul raddoppio di Pinamonti, poi, è delittuosa la leggerezza con cui Sulemana, subentrato a Gaetano (a proposito: ma perché non Mazzitelli? Mah), si fa sverniciare da Bakola al limite dell’area, una zona in cui attenzione e senso del pericolo dovrebbero farla da padroni. Ne è venuta fuori così un’altra sconfitta inopinata, che come unico risultato ha portato all’ennesimo ritiro punitivo della storia recente del Cagliari, con Pavoletti e soci che si ritroveranno al centro sportivo di Assemini dal pomeriggio di domani, lunedì 6 aprile, in vista della gara da dentro o fuori di sabato 11 contro la Cremonese dei tanti ex Luperto, Grassi, Silvestri e Giampaolo.
Futuro
E ora? Non sappiamo con chiarezza quale sia il problema che attanaglia il Cagliari. Ma un problema c’è ed è inutile negarlo, farlo sarebbe solo una presa in giro. Servirà il ritiro a far uscire questo gruppo dalle sabbie mobili in cui si è infilato negli ultimi due mesi? Chissà. Certamente il confronto, duro e schietto, tra tifosi – a proposito: il 2-1 del Mapei Stadium non è stato certo il miglior modo di ripagare la fiducia degli oltre 1.500 tifosi che hanno varcato il Tirreno – e squadra avvenuto in aeroporto poco prima dell’imbarco del volo per il ritorno nell’Isola ha segnato un momento di rottura rispetto al recente passato: basta al sostegno incondizionato, i bonus sono finiti anche sotto quell’aspetto. Uomo avvisato, mezzo salvato? Lo vedremo. Ma è evidente una cosa: ormai il Cagliari è sull’orlo del fosso e deve fare di tutto per non caderci dentro. Vincere in casa contro la Cremonese dovrà essere solo il primo passo per provare a uscire da una situazione “tafazziana”, che fin qui ha mostrato soltanto vibrazioni negative. Tutti hanno le loro responsabilità, dal club all’allenatore, fino all’ultimo dei giocatori. La matematica e il calendario dicono che tempo e modo per salvarsi ci sono tutti, a patto però di un repentino cambio di rotta. Perché se a Reggio il Cagliari “ha dato il 100%” come ha detto Esposito in sala stampa, allora vorrà dire che contro la Cremonese dovrà dare il 300%. Perché la posta in gioco, ormai diventata la permanenza in Serie A, è qualcosa che non si può bruciare con un girone di ritorno osceno, fatto di cadute dolorose e fastidiose per la piazza. Che non merita, dopo tutte le sofferenze (sportive, s’intende) del passato, di vivere un’altra primavera di frustrazione e delusione. A buon intenditor, poche parole.














