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SARDI ON THE ROAD | Vigorito: “Vi racconto la favola Como. Fabregas trasmette idee e mentalità” Pt.1

Mauro Vigorito, portiere del Como | Foto: Centotrentuno
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Ci sono viaggi che non si misurano in chilometri, ma in battiti cardiaci. Nascono da sogni nei campetti polverosi di periferia, nelle palestre o semplicemente nel giardino di casa.

Sardi on the Road è la nostra nuova rubrica, che racconta le storie di sardi che sono partiti con una valigia piena di sogni per realizzare il proprio obiettivo sportivo, ma che portano sempre dentro di sé una parte dell’Isola.

La casa di Mauro Vigorito: Como.

“C’era un sardo a Como”. Sembra quasi l’inizio di una barzelletta, ma è in realtà la storia di un percorso più che affascinante, una storia che un po’ tutta la serie A sta invidiando, ossia quella che sta vivendo il Como negli ultimi anni, sognando in grande. Qual è stato il tuo percorso e qual è stato il percorso del Como dalla B alla A?
Questa è una realtà un po’ atipica per la Serie A. Fin dal mio arrivo a Como ho capito che c’erano delle prospettive immense e che ancora è in corso questo processo: tutto ciò ti spinge a fare sempre meglio e a non accontentarti mai, a volere sempre di più. L’ambizione della società sta andando di pari passo con il risultato, quindi stiamo vivendo una stagione importante, vedendo crescere questa società sia come società sportiva, sia come realtà ma anche come percorso sportivo”.

Quando sei arrivato c’erano già delle basi non solo economiche ma anche di progetto, e la società è poi cresciuta di pari passo con la tua esperienza qua. Hai avuto da subito l’impressione che questa squadra fosse destinata a fare qualcosa di grande?
Sì, a livello societario si avvertiva subito l’intenzione della società nel metterti nelle condizioni di fare il tuo lavoro. Il primo anno è stato difficile: non siamo andati in Serie A e abbiamo ottenuto la salvezza a poche giornate dalla fine. Dal secondo anno in poi è cambiato qualcosa e ha inciso molto nella società l’arrivo del Mister Fabregas perché da lì c’è stata un’accelerata nella progressione della mentalità, dell’organizzazione e di tutto il resto. Come dicevi non è solo una questione di soldi: ci sono tantissimi esempi come il Real Madrid o il Manchester United, che ogni anno spendo miliardi su miliardi, ma ciò non vuol dire vincere nel calcio. La mentalità e la politica che ci sono qua fanno la differenza”.

Riguardo il Mister Fabregas: è molto importante per il progetto ma anche per quanto riguarda l’hype mediatico. Tu l’hai vissuto anche come compagno di spogliatoio prima del passaggio ad allenatore, che personaggio è per il mondo sportivo e come ha influenzato questo progetto?
Da compagno per tutti noi era una sorpresa, perché eravamo tutti giocatori di Serie B e avere nello spogliatoio un personaggio che per tutta la sua vita ha giocato a livelli top era particolare, e da lui volevamo studiare i dettagli e i comportamenti. Da allenatore penso abbia fatto un cambiamento pazzesco: è un personaggio molto chiacchierato a livello mediatico ma è anche una persona davvero carismatica, che riesce a trasmetterti ciò che vuole sia a livello di idee, sia di mentalità che di comportamento. Tutti questi fattori rendono più facile seguirlo e ovviamente poi i risultati e tutto ciò che facciamo sul campo danno ancora più fiducia per seguire alla lettera quello che facciamo. Fabregas è un grande allenatore, ci fa lavorare tanto, ma nei momenti giusti è anche una persona che ti concede tanto. Si è creato un bel feeling nella squadra e c’è anche un bell’ambiente. La società è stata brava a creare un ponte tra la squadra e il contesto di Como, una città nella quale tanti anni fa era stato accantonato il concetto di calcio, mentre adesso noti subito che si respira un’aria diversa e questo è un grande merito”.

Il contesto di questa società è la scelta più internazionale che troviamo in questo momento e a questo livello in Italia. Com’è stato arrivare in una realtà con così tante lingue e culture ma che allo stesso tempo riesce a capire il territorio in cui opera?
Loro sono stati dei visionari in questo: hanno creato un contesto che in tanti aspetti è molto ampio ma allo stesso tempo omogeneo, infatti c’è un grande feeling tra i tifosi e le scelte che fa la società. Si è creato un legame davvero particolare che va oltre i risultati. Sicuramente anche per me è un’esperienza nuova avere a che fare con così tante culture e lingue. Ci sono inoltre tanti giovani e ciò porta tanta energia e entusiasmo. Per un “vecchietto” nel calcio come me è una cosa nuova e divertente”.

A Como è cambiato il Mauro giocatore ma anche l’uomo. Hai fatto delle esperienze importanti e intense, soprattutto per quanto riguarda le promozioni, da protagonista. A Como hai anche un altro ruolo, che è quello di uomo dello spogliatoio, o uomo immagine, in quanto ci sei da tanti anni e puoi rappresentare il percorso fatto. Tu come ti senti cambiato sia dentro che fuori dal campo?
Ci penso spesso a questa cosa: è come se fosse una fase della mia carriera perché ho fatto una carriera normale da giocatore di Serie B e a volte protagonista. Adesso ho un ruolo diverso e ho messo da parte il protagonismo che si ha da giocatori ed è un ruolo che mi piace. Sono il più vecchio dello spogliatoio e spesso questo è utile per fare da ponte tra la società, lo staff e i ragazzi perché hai ancora i modi da giocatore dentro di te ma allo stesso tempo riesci a ragionare con l’ottica societaria. È un ruolo che mi piace e sono anche facilitato perché da due anni a questa parte c’è un gruppo che ha dei ragazzi giovani, ma allo stesso tempo ha la giusta mentalità. Sicuramente ti toglie qualcosa a livello di campo ma è soddisfacente vedere i ragazzi che aiuti e che vedi crescere ottenere dei grandi risultati, che diventano anche un po’ tuoi”.

Stai già pensando a quale potrebbe essere il futuro di Mauro una volta appesi i guanti al chiodo?
Mi capita di pensarci, mentirei se dicessi di no. Spero e credo di poter fare questo ruolo ancora per qualche anno. Mi piacerebbe stare in questo ambiente perché ho sempre fatto questo e ho sempre vissuto di campo. Mi piace continuare ad allenarmi, e vedermi senza ciò che faccio quotidianamente in campo sarebbe un po’ uno shock. Vorrei rimanere in questo ambiente e, perché no, continuare a stare con questa società che ha dei grandi margini di crescita ed ha sicuramente un futuro roseo”.

La società ha saputo riaccendere la piazza di Como: cosa significa vivere nello spogliatoio delle nuove pressioni, che sono normali con i vostri risultati e la bravura che state mettendo nel campionato in corso?
Questo è proprio l’aspetto che mi colpisce di più dei miei compagni, in particolare nei più giovani. Quelli più grandi, come Morata, Sergi Roberto, Alberto Moreno, hanno vissuto nei grandi palcoscenici per tutta la carriera, quindi sono più abituati. La reazione dei più giovani a questa situazione mi stupisce, perché la vivono normalmente, come se non la sentissero. Lo dimostra anche la settimana dopo la brutta sconfitta con la Fiorentina: dopo quattro giorni siamo andati a giocare contro la Juventus e hanno fatto delle prestazioni incredibili. Io, personalmente, avverto di più la pressione rispetto a loro, che vanno in campo con prestazioni pazzesche e credo che questo sia anche merito dell’allenatore e dello staff tecnico che li preparano a queste pressioni, con un lavoro sulla mentalità e l’identità piuttosto che sul dove o contro chi si gioca”.

Nella tua mente hai già pensato di sentire l’inno di una competizione europea al Sinigaglia o in un altro stadio?
Mi piacerebbe molto e penso che possa essere un obiettivo della società. Mi piacerebbe sentirlo qua al Sinigaglia perché sarebbe il continuo di un percorso straordinario, e tutto l’ambiente e la società se lo meriterebbero un contesto del genere”.

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